A chi la guarda dal “Continente” la Sardegna appare sempre come un mondo a parte, con la sua lingua e le sue tradizioni che sembrano impenetrabili. Una terra magica. E se non fosse per i mesi estivi, quando traghetti e aerei scaricano frotte di turisti che si riversano sulle sue spiagge, nessuno penserebbe che l’isola abbia contatti con ciò che c’è oltre il mare.

Che dire poi del Sulcis, terra a Sud Ovest, ancora sconosciuta ai vacanzieri di massa e balzata agli onori delle cronache come una delle zone più povere d’Europa.
Luoghi dove cent’anni fa ci si trasferiva per lavorare nelle miniere, ora trasformate in musei di un tempo che fu. Ebbene proprio in questo angolo di Sardegna misteriosa, e in uno dei suoi capoluoghi Carbonia (l’altra è Iglesias), città nata sotto il fascismo e che ora conta 28 mila abitanti, si intessono le trame del legame tra l’isola e la mafia continentale.
Già, abbiamo detto mafia. In “Sardinia”, dove il bandito (alla Graziano “Grazianeddu” Mesina per intenderci) era visto erroneamente come una sorta di Robin Hood, poco o nulla si sa sulla criminalità organizzata, che però è tutt’altro che assente.
Mafia e Sardegna, dunque.
Un rapporto per troppo tempo ignorato e che il giornalista, già caporedattore de “La Nuova Sardegna”, Paolo Matteo Chessa ricostruisce in “Sulcis in fundo”, edito da “La Zattera” (135 pagine, 18 Euro).

Un libro che scava sotto la superficie e che porta alla luce piccoli tasselli per lungo tempo ignorati. Chessa, per tanti anni cronista di nera, sa dove andare a scavare, tra nomi e storie della Carbonia degli anni Ottanta e Novanta, riportando alla luce quegli indizi spesso sottovalutati che dimostrano come la Sardegna non fosse isolata dalla mafia e come il brullo territorio del Sulcis fosse la base delle infiltrazioni delle cosche nell’isola.

Nei brevi capitoli Chessa ripercorre tante vicende della cronaca degli ultimi decenni del secolo scorso, dall’assassinio di Gisella Orrù, sedicenne trovata cadavere in un pozzo, al caso Manuella con la scomparsa dell’avvocato cagliaritano, dall’Anonima sequestri al delitto del Bevimarket con la triste vicenda di Aldo Scardella. Narrazioni avvincenti di per sé, come tanti piccoli gialli della letteratura, ma ancora più efficaci, perché reali. Tasselli che se uniti tra loro possono dare delle risposte ad alcuni degli episodi più misteriosi della cronaca nera sarda.Punto di partenza è nel 1989 l’arrivo di alcuni pregiudicati da Gela a Carbonia.
Considerati dai residenti solo dei delinquenti comuni, in realtà si trattava di esponenti di spicco di una delle cosche della Stidda (stella in italiano), frangia della mafia siciliana in lotta con Cosa Nostra. Gli stiddari arriveranno a stringere alleanza con la banda autoctona di “Is mirrionis” che in quegli stessi anni terrorizzava Cagliari. Fino ad allargare il raggio ai traffici di droga e allo smaltimento dei rifiuti, i due giri di affari che segnano il più evidente collegamento tra la mafia continentale e la Sardegna.

Un libro meticoloso e preciso, un esempio di un giornalismo di inchiesta e ricerca come ce ne sono pochi al giorno d’oggi, ma che non manca di un’avvincente capacità narrativa che lo avvicina a un romanzo giallo. Che si legge tutto d’un fiato, verso il finale.

Paolo Matteo Chessa, giornalista professionista, è stata uno dei cronisti di punta de “La Nuova Sardegna”, dove ha lavorato per trent’anni occupandosi di cronaca nera e giudiziaria. Ha collaborato anche con “La Repubblica”, “Il messaggero”, “Paese Sera”, “La notte”, “Il secolo XIX”, “Epoca”. Nel 1992 ha pubblicato “Gisella: cronaca di un delitto” sul caso della sedicenne di Carbonia Gisella Orrù.