Pronti... via, il senatore della 'ndrangheta si è ritrovato dietro le sbarre. Neanche il tempo di rileggere le pesanti intercettazioni a suo carico ed era già alla porta, espulso dal palazzo come un rifiuto pericoloso. In un paese normale sarebbe naturale compiacersi della rapidità con cui il Senato ha chiuso la pratica Di Girolamo, il senatore Pdl eletto nel 2008 nella circoscrizione estero-Europa con voti rastrellati dalla cosca Arena nelle comunità calabresi residenti a Stoccarda e Francoforte. Andrebbe considerata una buona notizia, capace di restituirci fiducia nelle istituzioni, di riconciliarci con l'immagine di una politica sana, aliena alle infiltrazioni delle organizzazioni criminali e, magari, di una maggioranza che non fa sconti alle mafie, intenzionata com'è a "sconfiggere la mafia entro la fine della legislatura", come dichiarato dal presidente del Consiglio alla vigilia di Natale. Altro che istituzioni inefficienti, altro che Parlamento pachidermico, chiuso in un'autoreferenziale difesa di casta. Il fatto è che non siamo un paese normale. E tutta la gestione della vicenda, da un punto di vista politico e mediatico, ha il sapore dell'ennesima messa in scena a favore di telecamera. A partire dalla considerazione che l'ex senatore Nicola Di Girolamo, dal punto di vista dell'influenza politica, era un signor nessuno. Eletto per la prima volta nel 2008, era trattato come una pezza da piedi dal suo mentore, l'imprenditore Gennaro Mokbel, al centro dell'inchiesta sul maxi riciclaggio che coinvolge Telecom Sparkle e Fastweb: "Tu sei il portiere mio... sei uno schiavo mio" gli diceva Mokbel nelle intercettazioni dello scandalo, "anche se diventi il presidente della Repubblica". E lui, prono, a umiliarsi chiedendo scusa per chissà quali inadempienze. Mica come il senatore del Pd Crisafulli, incidentalmente intercettato nel 2002 in un albergo di Enna mentre discuteva di appalti con il boss locale Raffaele Bevilacqua a cui si rivolgeva con un sonoro "fatti i cazzi tuoi" di fronte a richieste ritenute insistenti e inopportune. "Schiavo" e "portiere" sono parole che definiscono ben altra gerarchia tra il politico e l'"imprenditore". Parole difficili da digerire, anche per un Senato che solo un anno fa aveva rifiutato di annullare l'elezione di Di Girolamo nonostante fosse emersa la falsità della sua residenza all'estero, simulata per giustificare la candidatura nella circoscrizione Europa. E infatti il Senato lo ha vomitato fuori come un boccone avariato, a parte 16 contrari, cui proprio piaceva avere un "servo" della criminalità come vicino di banco, e 12 astenuti.
A leggere i giornali dei giorni scorsi, poi, che titolavano a tutta pagina "la 'ndrangheta in Parlamento", pare che la mafia sia entrata nei palazzi romani con il burattino di Gennaro Mokbel e di conseguenza che con lui, dopo le dimissioni, ne sia uscita. Questo capita perché nessuno ha titolato "Cosa nostra al senato" dopo che lo scorso 23 gennaio la corte di Appello di Palermo ha condannato a 7 anni di reclusione l'ex presidente della regione Sicilia Totò Cuffaro per il reato di favoreggiamento aggravato dall'aver favorito la mafia nell'ambito del processo "talpe alla Dda". Lui che, come se non bastasse, il 25 febbraio è stato rinviato a giudizio per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Per non parlare del senatore Dell'Utri, braccio destro del premier, condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, la cui posizione pare aggravarsi ad ogni udienza del processo d'appello in via di conclusione a Palermo. O del sottosegretario all'economia con delega al tesoro Nicola Casentino, sul quale pende una richiesta di arresto per i presunti legami con il clan dei Casalesi, e intorno al quale la Camera, a differenza di quanto avvenuto per Di Girolamo, ha fatto quadrato. E quando il 18 febbraio Cosentino, indispettito per la gestione delle candidature in Campania, ha presentato le dimissioni "irrevocabili" da sottosegretario e da coordinatore regionale del partito, Berlusconi, invece di cogliere la palla al balzo e liberare il governo di una presenza a dir poco inopportuna, le ha respinte con forza lasciandoci il privilegio, unico al mondo, di avere un presunto "amico" dei casalesi come membro dell'esecutivo. Perché i giornali parlano di 'ndrangheta in Parlamento per di Girolamo - il cui procedimento (lo ricordiamo per i garantisti a corrente alternata) è solo in fase di indagini preliminari - quando esistono sentenze di primo e secondo grado su politici di ben altra risma con responsabilità di gran lunga maggiori? Perché quando il sette volte presidente del consiglio Giulio Andreotti fu riconosciuto da una sentenza di cassazione del 2004 responsabile del reato di associazione a delinquere con uomini di Cosa nostra come Stefano Bontade i giornali invece di titolare "la mafia a palazzo Chigi" scrissero "Andreotti prescritto", lasciando che i cittadini comuni non capissero nulla del processo del secolo, secondo un copione che si sta ripetendo tal quale con il processo Mills? Misteri dell'informazione libera, all'italiana.




Di Girolamo, il capro espiatorio





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