di Moreno D’Angelo

Al giornalista Fabrizio Peronaci, che da anni segue con passione e determinazione il caso Orlandi, abbiamo posto alcune domande, dopo il provvedimento di archiviazione dell’inchiesta deciso dal gip del tribunale di Roma il 19 ottobre 2015. Autore del discusso volume su affari e retroscena vaticani intitolato “Il Ganglio”, che ripercorre la vicenda della figlia del messo pontificio e le molte altre collegate, non ultima l’attentato a Giovanni Paolo II del 1981, Peronaci in precedenza ha pubblicato “Mia sorella Emanuela” (coautore Pietro Orlandi). «La posta era troppo alta, il sistema ha preferito non correre rischi – premette il  giornalista scrittore -. In gioco c’era e c’è l’immagine della Chiesa».

Lei, nel commentare l’archiviazione del caso Orlandi, ha fatto riferimento a inchieste chiuse di recente su altri cold case famosi, come l’omicidio Pasolini e la scomparsa del fisico Majorana.  Italia paese dei misteri infiniti e irrisolvibili?

La vicenda Orlandi-Gregori racconta molto dei mali profondi della societàitaliana. Oltre che di un terribile fatto di cronaca, con due famiglie in attesa di giustizia ormai da un terzo di secolo, si tratta di un giallo che rivela depistaggi ancora in corso, la perdurante presenza di forze impegnate ad occultare la verità, la memoria corta di gran parte dei mass media e la perdurante soggezione dello Stato italiano a quello vaticano. Giorni fa un giornalista del Times, in relazione allo scandalo sessuale nell’ordine dei carmelitani scalzi da me raccontato sul Corriere della Sera, mi ha chiesto stupito: perché in Italia non mettete nome e cognome dei sacerdoti coinvolti? All’estero ci vedono così: condizionati dall’ombra del cupolone. Ma quanto accaduto nella vicenda Orlandi-Gregori è di gran lunga più
complesso e inquietante.
Si riferisce alla recente archiviazione, giunta su richiesta della Procura di Roma, che è suonata una resa quando si era ormai vicini alla verità, oppure ad altri aspetti?

Questo è stato solo l’ultimo atto. La decisione del gip, visto che la richiesta era venuta dal procuratore capo Pignatone, il cui prestigio con l’inchiesta Mafia capitale ha toccato picchi molto alti, era scontata. Paradossalmente, il magistrato che non si fa condizionare dalla politica e che, senza timori reverenziali, rivolta la capitale come un calzino, ha impresso lo stop alle indagini su un caso molto più delicato e con implicazioni politico-diplomatiche di gran lunga maggiori. E’ un
parallelismo sfuggito ai più.

A cosa allude precisamente?

L’opinione pubblica più avvertita, che da sempre segue il caso di Emanuela Orlandi, diventato emblema di una forte aspirazione alla verità contro ogni ragione di Stato, ha il sospetto che sia stato compiuto un insabbiamento. Piazzale Clodio nell’ultimo anno ha enfatizzato l’indagine su un manipolo di corruttori e politici romani di secondo piano, e i mass media ne hanno dato risalto. C’è però l’altra faccia della medaglia, che emergerà quando il polverone si sarà depositato: i centri di potere veri, quelli che controllano i business più remunerativi, dal mattone alle grandi opere, a Roma continuano ad operare senza i riflettori addosso; mentre, al tempo stesso, vicende come questa, che chiamano in causa la Città del Vaticano, vengono spinte nel dimenticatoio. E’ una tecnica collaudata: nel 2009 era stata decisa l’archiviazione anche per un personaggio della Gendarmeria, al quale è stato concesso lo scudo della cittadinanza vaticana, ma non se ne è saputo nulla.

Papa Francesco, incontrando i familiari di Emanuela in Vaticano, pochi giorni dopo la sua elezione, nel marzo 2013, pronunciò una frase finita al centro di dubbi e illazioni: “Emanuela è in cielo”. Come se la spiega?

Effettivamente si trattò di una frase sorprendente, visto che nessuna conosce la fine fatta dalla ragazza e l’anziana madre per prima, la signora Maria, continua a sperare di riabbracciarla. Quel giorno mi telefonò il giudice Martella, istruttore del processo sull’attentato a Wojtyla, il quale, da rigoroso uomo di legge, era allibito: “Ma è incredibile! Quelle parole, ad inchiesta giudiziaria aperta, sono gravi! Sicuro che le abbia dette?”. Propenderei per una spiegazione semplice: il Papa venuto dall’altra parte del mondo, estraneo ai fatti di Curia, non conoscendo nei dettagli la vicenda di Emanuela, potrebbero aver fatto la considerazione più immediata e
banale, essendo trascorsi tanti anni. Adesso, però, si sarà informato. E un suo intervento, come richiesto dallo stesso Martella in un’intervista, sarebbe importante per gettare luce su questa buia pagina di storia.

Tornando all’archiviazione, con cui sono stati prosciolti il fotografo presunto telefonista, monsignor Vergari, l’ex amante del boss De Pedis e tre esponenti della banda della Magliana, quali sono gli aspetti più controversi?

Ci troviamo di fronte a un paradosso. Un signore, trent’anni dopo, si è finalmente presentato dando prova di aver avuto un ruolo, per quanto da verificare e depurare di probabili manipolazioni, in entrambi i sequestri, ma il sistema giudiziario-politico-mediatico ha preferito metterlo alla porta. Lui porgeva un filo e lo si è lasciato cadere. Gli si è detto: per carità, tornatene nel silenzio da dove sei venuto. Evidentemente conduceva troppo lontano. Marco Fassoni Accetti, che ha consegnato un flauto che la famiglia Orlandi ha riconosciuto come quello appartenuto a Emanuela, ha infatti fornito una ricostruzione che l’autentico titolare delle indagini, il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, aveva preso in seria considerazione e sotto vari profili riscontrato: i due rapimenti, effettuati con un tranello, inducendo le ragazze a credere che sarebbero tornate presto a casa, vanno inquadrati nella guerra di ricatti degli anni Ottanta dentro e fuori il Vaticano.

Questa è storia: era il periodo del crack Ambrosiano, di Calvi “suicidato” sotto il ponte dei Frati Neri, di un uomo come Marcinkus alla guida della banca della Santa Sede, del gangster De Pedis in contatto con potenti prelati, al punto da guadagnarsi la sepoltura in una basilica.

Esatto, il contesto era questo. Inquietante e molto disidicevole ancora oggi. E’ stato quindi necessario togliere l’inchiesta a Capaldo, ignorare la partecipazione ‘riscontrata’ della malavita, come ha ammesso lo stesso Pignatone nella richiesta di archiviazione, far finta di nulla di fronte alla prova del flauto, non prestare orecchio alle telefonate in Vaticano di Fassoni Accetti, cestinare le connessioni dimostrate con la condotta di Agca, che prima accusa il mondo dell’Est di avergli armato la mano a San Pietro e appena scompare la giovane Orlandi ritratta, per arrivare all’obiettivo che stava a cuore a molti: giustizia non doveva, non poteva
essere fatta.

Il quadro che delinea della Procura di Roma richiama la situazione pre-tangentopoli primi anni Novanta, quando Piazzale Clodio veniva chiamato “il porto delle nebbie”

La scelta di Pignatone di porre la parola fine sul caso Orlandi potrebbe essere stata motivata da una valutazione più tecnica: che indizi e prove raccolte non avrebbero retto il vaglio di una Corte d’assise e che quindi l’accusa avrebbe perso ugualmente la partita e gli imputati sarebbero stati assolti. Ciò può avere un fondamento, ma non dimentichiamo che, in una corretta dinamica processuale, la prova si forma anche in aula, nella contrapposizione tra le parti. E in ogni caso la giustizia, in nome dei valori che incarna, deve assumersi dei rischi. Resta inoltre l’anomalia del procuratore aggiunto Capaldo che si è dichiarato in dissenso sulla richiesta di archiviazione ed è stato spogliato dell’inchiesta, rimpiazzato, nella firma finale del documento, da un pm, Ilaria Calò, che non ha mai seguito le
indagini.

Il nuovo corso portato da Papa Francesco, oggi sotto pressione da più parti, non tiene viva la speranza di qualche novità positiva?

A Bergoglio, il cui sforzo di rinnovamento è notevolissimo, non si può chiedere l’impossibile. Le sue spalle, per quanto larghe, non possono sostenere l’enorme peso di tutti gli errori e le opacità di un periodo tremendo in cui, per combattere il comunismo e far crollare il muro di Berlino, l’idea che il fine giustificasse ogni mezzo prese piede anche e soprattutto dentro la Chiesa. Qualsiasi mezzo, compresi i più lontani dall’insegnamento di Cristo. La guerra tra ecclesiastici sulle nomine e sul
controllo dello Ior, i dossieraggi sui vizi privati, i ricatti e i regolamenti di conti furono la cornice nella quale la figlia del messo pontificio Ercole Orlandi sparì. Sapere la verità su di lei fa troppa paura, perché chissà cos’altro porterebbe a scoprire. Il rischio è innescare un disastro d’immagine per la Chiesa. Ecco, questo era lo scenario prima della decisione del gip. E di conseguenza è calato il sipario.

Il giallo Orlandi-Gregori presenta numerose appendici. Cosa si può dire sugli sviluppi della vicenda legata a un’altra ragazza, Katy Skerl, il cui corpo fu ritrovato nel gennaio 1994 in una vigna alle porte di Roma? Fassoni Accetti ha dichiarato che la giovane fu uccisa per ritorsione del gruppo avverso al “Ganglio”, quello che per contrastare l’anticomunismo di Wojtyla avrebbe attuato il ricatto tramite la scomparsa di Emanuela e Mirella.

Anche qui, purtroppo, riscontriamo un atteggiamento di eccessiva prudenza, che non può non sconcertare l’opinione pubblica. Fassoni Accetti, per quanto sgradevole e antipatico possa essere, ha dimostrato di conoscere snodi importanti. Ora sostiene che la bara della Skerl sia stata rimossa dal fornetto al cimitero Verano per sottrarre una prova compromettente, in grado di dimostrare quanto lui afferma, vale a dire che l’omicidio di Katy fu una vendetta. In particolare, aggiunge che la cassa è stata fatta sparire perché la camicetta con cui fu vestita la povera ragazza indossava un’etichetta di cui lui, esponente della fazione avversa ai killer, è a conoscenza.
Sull’indumento ci sarebbe la scritta ‘Frattina’, da un negozio della nota strada di Roma. Sarebbe una prova rilevante, se confermata. L’avvocato dell’indagato, Giovanni Guazzotti, ha presentato un esposto a Pignatone per l’immediata apertura della tomba, ma l’istanza è finita nel cestino della carta straccia. Non è stata disposta nessuna verifica, quando in fondo basterebbe poco per spostare la lastra di marmo e controllare. In pochi secondi si potrebbe certificare o escludere una volta per tutte la credibilità del supertestimone e reo confesso.

Non sembra che i media abbiano molto seguito gli ultimi sviluppi. L’impressione è che si voglia mettere in fretta una pietra tombale su un caso scomodo. E dimenticare tutto, compresa l’archiviazione

In Italia la maggior parte dei rappresentanti dell’informazione, oltre a quello della memoria corta, soffre di altri due vizi: superficialità mista a presunzione, il pretendere di scrivere un pezzo in tre quarti d’ora, minimo sforzo e massimo risultato, il che mal si addice a un caso come questo, che al contrario richiede studio, mancanza di pregiudizi, ricerca di fonti dirette, passione civile e per la storia; l’altro difetto è l’opportunismo, che tende a privilegiare casi meno spinosi e impegnativi, anche sul piano del rischio personale, in vista di gratificazioni facili e immediate. Il combinato disposto di questi tre elementi sarà micidiale: porterà a una totale eclisse sul caso Orlandi-Gregori, specie ora che un potere forte come la Procura di Roma si è chiamato fuori.

Il quarto potere sta messo così male?

Il guaio è che l’originalità di pensiero e l’impegno nel ricercare chiavi di lettura inedite e non conformiste sono qualità non richieste alle nuove generazioni di cronisti. Più che valori, sono considerati un intralcio nelle redazioni. E’ lo zeitgeist, mi si dirà. Vero, ma mette tristezza.

Discorso analogo vale anche per il passato. Senza i comitati di solidarietà che hanno continuato a sostenere le famiglie Orlandi e Gregori, il caso sarebbe stato dimenticato da tempo. Ora Pietro Orlandi parla di ricorso in Cassazione. Che margini ci sono per un ulteriore tentativo di giungere alla verità?

Pietro ha dimostrato che non si arrenderà mai. Lo abbraccio pubblicamente, l’Italia ha bisogno di persone che non si fanno schiacciare dalla paura di poteri invisibili e dalla mancanza di giustizia. La sua testimonianza e il suo esempio saranno un problema per chi, in Vaticano e fuori, compresi ambienti della ex banda della Magliana tuttora attivi, punta a seppellire il tutto. Ci riusciranno? Dipende molto dai mass media, certo: mai come in questa storia l’informazione è democrazia, può garantire sostegno alle vittime, trasparenza, una corretta azione dei pubblici poteri.

Come andrà a finire uno dei maggiori gialli del secondo Novecento?

Al di là dei passi falsi, resto ottimista. Nuove prove incisive, destinate a far riaprire l’inchiesta, sono infatti destinate ad emergere. E’ una dinamica inevitabile. Ormai troppo di quei fatti inconfessabili è venuto alla luce, troppi testimoni ancora in vita sanno, compresi i loro amici e parenti, troppi indizi sono nelle carte della coraggiosa inchiesta di Capaldo. Il tappo sulla verità, tanto a lungo compresso, prima o poi
salterà. E’ solo una questione di tempo.