Pubblichiamo dal blog di Fabrizio Peronaci, giornalista del “Corriere della Sera” e scrittore, l’ultimo contributo sul caso di Emanuela Orlandi. Oltre a due libri sul giallo della giovane cittadina vaticana, Peronaci ha pubblicato di recente “La Tentazione”, libro-verità su ripetuti scandali sessuali nell’ordine dei carmelitani scalzi.

 

Il 375, lanciato dai rapitori per “dialogare” con le controparti in Vaticano, fu “intercettato” dagli investigatori e tenuto “coperto” in un verbale. Ciò dimostra che gli inquirenti avevano colto la gravità dell’azione

 

Già lo si sapeva, che la vicenda Orlandi-Gregori è stata caratterizzata da trame oscure e dalla presenza di doppiogiochisti. Le ultime ore conosciute di Emanuela – quelle del pomeriggio del 22 giugno 1983, quando parlò con le amiche della lezione di musica e telefonò a casa, poco prima delle 19 – sono costellate di messaggi in codice: Emanuela contattata da un rappresentante della Avon, l’offerta di un lavoro per una casa di alta moda sita a piazza di Spagna, la sfilata nella Sala Borromini in occasione della quale fare promozione di cosmetici, per un paio d’ore, in cambio di una cifra altissima.

Nessun analista, a cominciare dagli investigatori dell’epoca, ha mai dubitato che la ragazza, nei contatti con le compagne e nell’ultima telefonata alla famiglia, fosse stata indotta a riferire dettagli che poi le persone a lei vicine, nel successivo racconto alla polizia, avrebbero ovviamente ripetuto, con giustificata preoccupazione, consentendo così ai rapitori di mandare messaggi in codice alle proprie controparti (vaticane) sotto ricatto. La logica è nitida, incontestabile.

Ma ora, a ulteriore conferma, è emerso qualcosa in più. Una circostanza che mai, in 35 anni, era venuta alla luce. La novità riguarda il più importante dei codici di quelle prime ore, vale a dire il 375, legato al fatto che, come si venne a sapere subito, la cifra proposta a Emanuela per due ore di volantinaggio alla sfilata era di 375.000 lire.

Codici, dunque. Normale, in un giallo affollato da ombre di Stato.

È stato necessario attendere 30 anni perché uno dei protagonisti (per quanto non di prima linea) si facesse vivo: Marco Accetti, il fotografo-telefonista che si presentò in Procura nel 2013, è stato il primo a gettare luce sui messaggi, consentendo di svelarne più d’uno: la Sala Borromini stava per la tal cosa, le Sorelle Fontana per la tal altra, eccetera…

E il 375? Eccoci, siamo al punto. Nel suo memoriale (interamente riportato nel “Ganglio”) Accetti ha scritto che i tre numeri dispari erano un riferimento esplicito alla data dell’apparizione della Madonna Fatima (13.5.17), che le controparti ecclesiastiche (tramite opportuni contatti sottotraccia) avrebbero per ovvie ragioni immediatamente riconosciuto.

Bene, non basta: nelle ultime ore una fonte di questo Gruppo di Giornalismo Investigativo ha fatto presente che quel 3, 5 e 7 potevano avere un ulteriore scopo: richiamare (a chi sarebbe stato in grado di comprendere la natura del ricatto) i 375 giorni di distanza tra la scomparsa di Emanuela, il 22 giugno 1983, e quella del banchiere Roberto Calvi, avvenuta il 12 giugno 1982, quando il suo legale presentò denuncia, 5 giorni prima del “suicidio” sotto il ponte dei Frati Neri.

Un riscontro importante, da approfondire. Capace di inquadrare bene, una volta per tutte, il movente “multiplo” del rapimento: da un lato il contrasto all’anticomunismo di Wojtyla (attuato “giocando di sponda” con Alì Agca, indotto a ritrattare le sue accuse ai bulgari), dall’altro la questione economica, lo scandalo dei soldi ottenuti dalla mafia, un fiume di danaro transitato in Vaticano attraverso l’Ambrosiano e in gran parte dirottato in Polonia per sostenere la causa antisovietica di Solidarnosc.

Il codice 375 illumina dunque di nuova luce, finalmente, l’accaduto? Parrebbe proprio di sì, anche se la cautela e freddezza del buon analista restano d’obbligo.

Ma Pietro Orlandi è categorico, non la pensa così: “Si parla tanto di questo fantomatico codice 375 – ha scritto nel gruppo Fb dedicato a Emanuela – peccato però che quella cifra non è mai stata detta da Emanuela, come riportato nel verbale di Federica, l’unica ad aver parlato con lei poco prima delle 19. La cifra che Emanuela comunicò a Federica era 350.000 lire”. A sostegno della sua tesi (inesistenza dei codici, che sarebbero inventati di sana pianta da Accetti), Pietro ha pubblicato il verbale dell’interrogatorio di sua sorella Federica, che ai carabinieri, effettivamente, riferì che Emanuela le aveva parlato di 350 mila lire.

Qualcosa non torna, però. Per almeno due buone ragioni: la prima è che il verbale di Federica Orlandi non è quello firmato a caldo, più genuino, quando fu sentita a ridosso dei fatti, ma perlomeno il secondo: la data del documento fornito da Pietro è infatti 29 luglio 1983, a quasi 40 giorni dalla scomparsa. Non è che, in sede di stesura del verbale, fu deciso di tenere “coperto” l’indizio-principe, per l’appunto il codice 375, magari “arrotondando” la cifra al ribasso? Non ci sarebbe nulla di strano, vista la delicatezza del caso, nel frattempo, in quel mese di luglio, deflagrato a livello planetario a causa dei continui appelli di papa Wojtyla.

Ma c’è poi – soprattutto – la seconda ragione che ci porta a concludere che qualcosa non torna. Qual era la cifra giusta? Esistono testimoni delle prime ore che si dimostrarono informati sull’ “esca” delle 375 mila lire? E sì, diamine: questo Gruppo ha rintracciato una prima prova molto significativa, legata a una testimonianza: si tratta di una dichiarazione di suor Dolores, la direttrice della scuola di musica da cui Emanuela uscì per l’ultima volta quel 22 giugno, la qual suora all’Ansa il 6 luglio 1983 – quindi ben più a ridosso dei fatti – dichiarò testualmente: “Il 22 giugno la ragazza raccontò alle sue amiche di classe di essere stata avvicinata verso le 16 poco prima di entrare in istituto da un uomo di circa 40 anni, che le aveva proposto un lavoro di volantinaggio offrendole per due ore la somma di 375 mila lire…” All’uomo, aveva aggiunto la religiosa, Emanuela disse “sono troppo piccola per decidere, devo chiedere ai miei genitori…” Che però, non per caso, quel pomeriggio a casa non c’erano, tanto che al telefono rispose Federica…

Eccola, dunque, la prova del nove: una persona affidabile come la direttrice della scuola di musica mostrava di ricordare benissimo ciò che le avevano detto le amiche di Emanuela. Dal che si deve dedurre una ulteriore conseguenza: non è solo il verbale di Federica Orlandi a fare testo, ci sono testimonianze ben più ravvicinate da tenere presente.

Codici, dunque. Normale, in un giallo affollato da ombre di Stato.

Il 375 si conferma un tassello fondamentale del giallo e riporta in primo piano anche gli altri messaggi “criptati”, che dai rapitori conducono, senza alcun dubbio, verso le loro controparti, consentendo quindi di chiudere il cerchio. Ammesso che la verità la si voglia trovare davvero e non sia troppo scomoda, inconfessabile, difficile da accettare per un Paese che non riesce a pacificarsi con il proprio passato.

 

Dalla pagina del gruppo Facebook “Giornalismo investigativo by Fabrizio Peronaci”

Fabrizio Peronaci

La Tentazione di Fabrizio Peronaci

fabrizioperonaci.com