I classici puntini sulle i quelli che il vicesindaco Elide Tisi mette dopo essere stata tirata in ballo dal capogruppo di Sel Michele Curto sulla questione di via Bardonecchia.
Curto infatti negli istanti successivi allo sgombero si era detto sorpreso di quello che stava accadendo all’ex Csea Mario Enrico, dal 21 giugno scorso abitato da 30 famiglie e molti bambini. Anche perchè spiega il consigliere di Sel «ne avevo parlato con il vicesindaco Elide Tisi aprendo così un canale di dialogo e non voglio credere che mi abbia mentito».

Ma il vicesindaco precisa di non avere nessuna responsabilità dello sgombero della struttura di Pozzo Strada, chiesto dalla Cassa Depositi e Prestiti, proprietaria dell’edificio, alla prefettura, e di cui anche a Palazzo di Città sono stati avvertiti solo quando la polizia stava già interenendo. «Curto dovrebbe sapere che lo sgombero di via Bardonecchia – spiega – non dipende da noi ma da chi è proprietario dell’immobile che chiede di intervenire alla Prefettura. Al massimo quello che avremmo potuto fare era cercare di risolvere il problema dell’acqua, ma a quanto pare non era possibile l’allaccio e la struttura non aveva nemmeno l’abitabilità. Ora quello che possiamo fare è cercare una temporanea soluzione abitativa per gli occupanti».

E infatti dopo che le famiglie sono state allontanate da quello che era stato ribattezzato come Spazio Popolare Neruda gli operatori sociali stanno già provvedendo a dei colloqui per capire quale è la situazione di ogni singola famiglia e quali soluzione trovare. «Da stamattina ho inviato gli opratori sociali per mediare con ogni famiglia. Bisogna capire quanti minori ci sono, se ci sono persone con disabilità o altri casi particolari – spiega la Tisi – e capire cosa fare per ogni singolo nucleo. Poi alcuni degli occupanti arrivano da fuori Torino, in quel caso bisogna ricontattare il comune dove risiedono perchè di loro competenza».

Ma via Bardonecchia non è che la punta dell’iceberg dell’emergenza abitativa torinese. E la Tisi lo sa tanto da precisare che «bisogna risolvere il problema degli sfatti senza mettere avanti nessuna bandiera ideologica e nel contempo operando nella legalità e a fianco delle istituzioni. Per questo ci sono tavoli aperti con la regione e con le varie associazioni. Come città faremo tutto ciò che è possibile per risolvere il problema, tenendo conto che molto spesso non si tratta solo dell’affitto da pagare ma del costo della vita: basti pensare che duemila famiglie torinesi ricevono aiuti per le utenze che altrimenti sarebbero troppo esose».