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Un Gandhi musulmano

di Enrico Peyretti

Per il filosofo iraniano Ramin Jahanbegloo, il fenomeno del cosiddetto «scontro di civiltà» è solamente uno «scontro di intolleranze». «L’intolleranza verso i musulmani va di pari passo con la demonizzazione dell’Occidente da parte dei fondamentalisti islamici». L’Autore illustra bene il «paradigma di Cordoba», cioè i sette-otto secoli di convivenza civile, culturalmente molto fiorente, tra cristiani, ebrei e musulmani in Andalusia. Viene da immaginare cosa potrebbe essere oggi o domani l’Europa se, grazie alle migrazioni di popoli, potesse riprodursi un tale paradigma. Bisogna sperarlo e prepararlo, anche se «il nostro mondo offre ben pochi esempi all’altezza della esperienza andalusa». Certo, come l’Occidente dovrà abbandonare la profezia malefica dello scontro di civiltà, così «l’Islam dovrà riscoprire la propria tradizione di scambio e dialogo con altre realtà culturali e religiose». «È nelle dinamiche di civilizzazione dell’esperienza andalusa, dunque, che va ravvisato il nucleo filosofico della nonviolenza nell’Islam». Il guaio è la diffusa «tendenza a paragonare gli ideali della propria fede con le pratiche di quella altrui, e viceversa». Ecco allora l’assoluta necessità del dialogo, cioè «il coraggio di immergersi in una profonda esperienza interreligiosa con le diverse tradizioni contemplative del mondo. L’aspetto contemplativo della religione, infatti, è sempre latore di un sentimento di umiltà», perciò di rispetto e di nonviolenza. La nonviolenza non può essere intesa come pura convenienza, ma va praticata anche «dinanzi a idee o azioni che disapproviamo o addirittura consideriamo odiose», così come la libertà di espressione esiste soltanto se vale per «quanti propugnano idee che non condividiamo». Soltanto, «non si può né si deve tollerare l’offesa alla natura umana», cioè agli esseri umani. La via per opporsi «all’inumano» è il dialogo nonviolento. Jahanbegloo propone una «tolleranza dialogica», diversa da una «tolleranza dialettica»: solo la prima riconosce l’altro in noi stessi e così «rende possibile comprendere visioni del mondo diverse dalla propria», perciò il dialogo tra culture. «Il mondo è eterogeneo, ed è fondamentale rispettare le diversità». «L’essenza del dialogo sta nella capacità di considerare se stessi dalla prospettiva dell’altro». Ciò richiede una «analisi decostruttiva volta a epurare gli aspetti violenti e distruttivi della propria coscienza e cultura». «La dignità umana ha una portata tale da non poter essere ingabbiata in un’unica cultura». La lotta all’intolleranza, che è la violenza culturale, è centrale nell’azione di Gandhi come nell’opera di Abdul Ghaffar Khan, il “Gandhi musulmano”,la cui «fede nella verità e nell’efficacia della nonviolenza scaturiva dal profondo della sua esperienza di fede islamica», e la cui vita «dimostra tuttora che è possibile conciliare l’identità musulmana e la pratica della nonviolenza». (pp. 33-37). Molti attivisti e intellettuali musulmani hanno oggi «l’opportunità di unirsi in un fronte comune, al fine di esplorare alternative nonviolente alla violenza globale che contrassegna la nostra epoca». Nella stessa tradizione islamica si trovano ispirazione ed esperienze storiche di nonviolenza attiva. Dopo l’11 settembre, l’Islam è stato raffigurato come «una religione della violenza». Non si tratta di contrapporre un’apologia dell’Islam « religione della pace». Nessuna delle grandi religioni è immune, nella sua storia, da episodi, anche numerosi, di violenza. Però oggi «la civiltà Islamica sembra aver perduto la bussola». Non solo ha dimenticato il suo antico splendore, ma «ha perso anche la capacità di comprendere le ragioni e i meriti di un passato così glorioso». Da creatori e promotori, come furono nella storia, i musulmani si sono ridotti a consumatori di idee. A ciò si aggiunge che «la maggior parte degli occidentali sa poco o nulla dell’Islam e, pertanto, formula giudizi e impressioni sulla base delle immagini più ripugnanti, esotiche e scioccanti che giungono dal mondo musulmano». Ci sono componenti, pure in tempi a noi vicini, di nonviolenza musulmana, come il meno noto Maulana Abul Kalam Azad. Questi teorizza l’accoglienza verso fedi diverse e scrive: «La verità ha molteplici sfaccettature e il conflitto e l’odio sorgono perché gli individui rivendicano il monopolio della verità e della virtù». «Il più importante servizio reso da Maulana è stato insegnare ai popoli di qualsiasi religione che questa ha due nature. La prima divide e crea odio. Questa è la natura fasulla. L’altra, il vero spirito della religione, avvicina i popoli e favorisce la comprensione. Essa risiede nello spirito di servizio, nel sacrificio di sé al prossimo, e implica la fede nell’unità, nell’essenziale unità delle cose». Vi riconosciamo esattamente lo spirito di Gandhi. Per Jahanbegloo è necessario e possibile che i musulmani riscoprano «la propria civiltà, affinché possano debellare la piaga culturale del fondamentalismo e tornino ad essere, in virtù di un’analisi critica dell’Islam, protagonisti della storia universale». Molti operatori della cultura e della religione islamica dispongono di valori e modelli pratici per «unire le proprie forze a quelle dei non musulmani e mettersi alla ricerca di alternative nonviolente alla conflittualità globale del nostro tempo». «Un Gandhi musulmano è possibile?» si chiede Jahanbegloo. Sì, risponde. Il terrorismo islamico è stato accresciuto dalla risposta tutta e solo militare, nell’ideologia dello “scontro di civiltà”. Imparare la storia dell’Islam nonviolento aiuterebbe l’Occidente a capire e a migliorare il mondo. Se diciamo che tocca ai giovani musulmani, in ogni parte del mondo, considerare questa potenzialità di civiltà e di pace propria dell’Islam, non pretendiamo certo di dare alcuna lezione, ma affermiamo soltanto quel compito che è di ogni cultura, di ogni religione, per assicurare un futuro al mondo, e un futuro più giusto. Qualcuno potrebbe giudicare ottimista questo libro di Jahanbegloo su Islam e nonviolenza. A me pare che non nasconda affatto problemi e difficoltà. Illudersi è un errore, ma errore pari e contrario è scoraggiare le speranze e soffocare le possibilità, ignorandole. Invece di fare soltanto previsioni più scure o più chiare, merita lavorare e collaborare in modo costruttivo.

Ramin Jahanbegloo, Leggere Gandhi a Teheran (Marsilio 2008, pp. 111, € 10,00)



[1] Jahanbegloo è studioso di Isaiah Berlin, sul quale ha pubblicato Conversations With Isaiah Berlin nel 1992 (vedi anche La Stampa, 30 gennaio 2009, p. 37). In Iran è stato in prigione cinque mesi nel 2006, oggi lavora in Canada alla Toronto University.

[2] Eknath Easwaran, Badshah Khan, il Gandhi musulmano (traduzione di Lorenzo Armando, Ed. Sonda, Torino 1990 (originale 1984), pp. 250). È uscita presso lo stesso editore una seconda edizione di questo libro, nel 2008

[3] Maulana Abul Kalam Muhiyuddin Ahmed (1888 - 1958) fu uno studioso musulmano e un importante leader politico del movimento di indipendenza indiano, sostenitore dell’unità tra indù e musulmani, contro la divisione dell’India. Collaborò con Gandhi, anche nella Marcia del sale, e presiedette una sessione del Congresso.Following India's independence, he became the first Minister of Education in the Indian government. Dopo l'indipendenza, divenne ministro della pubblica istruzione del governo indiano. He is commonly remembered as Maulana Azad; he had adopted Azad (Free) as his pen name. Egli, comunemente ricordato come Maulana Azad, aveva adottato Azad (libero), come nome di scrittore.