Sono passati circa sei mesi da quando Mimmo Carretta è stato eletto alla guida della segreteria metropolitana di Torino del Partito Democratico. In questi sei mesi molto è cambiato sotto la Mole: mentre il centro sinistra il 4 marzo veniva sconfitto a Torino nasceva “l’anomalia Pd”. Un partito che non solo reggeva i colpi ma riusciva a portare voti. E in questa situazione caotica a livello nazionale la città della Mole si ripropone come “laboratorio” da cui prendere, perchè no, l’esempio. Un ruolo importante dunque. Abbiamo parlato con il segretario torinese di questi primi sei mesi e di cosa è oggi il Partito Democratico.

(Intervista di Andrea Doi e Susanna De Palma)

Sei mesi dopo dunque. Poco o tanto tempo per guidare il Pd torinese?

Pochi mesi, ma intensi. Vissuti tutti di un fiato con la volontà di rimettersi in pista, di recuperare il terreno perduto, di riallacciare rapporti sfilacciati dal tempo. Giornate vissute con la convinzione di promuovere sul campo una nuova classe dirigente, di costruire una nuova identità, una nuova visione. Punti di un programma di rigenerazione ambizioso che però ha bisogno di tempo: i programmi a breve termine rischiano di mortificare ogni tentativo serio di rilancio della nostra azione politica. Vivacchiare nel presente non ci interessa, parlare di futuro e di speranza diventa oggi una necessità. La nostra preoccupazione principale deve essere quella di riproporre con forza nel dibattito politico, analisi e soluzioni che interessino le condizioni “materiali”, avremmo detto un tempo, dei cittadini. Non parlare dei problemi sociali, non declinare in maniera appropriata la parola periferia, ad esempio, rischia di creare un solco incolmabile tra Pd e la società. Il voto del 4 marzo ci dice che la rabbia sociale è allo stato brado, i nuovi leader politici si limitano ad alimentarla per cavalcarla, pensando che la materia sociale sia meglio usarla come politica primordiale. Siamo in piena “età del vuoto”, come direbbe Revelli, che porta al grado zero della semplificazione politica. Un vuoto che riguarda anche e soprattutto la sinistra che con la sua incapacità di interpretare i cambiamenti ha spinto molti a credere che un’alternativa sia possibile solo fuori dal sistema.

Di cosa è malato oggi il partito sotto la Mole? E lei ha la cura del caso?

Forse non abbiamo ancora individuato la diagnosi giusta, ma il Pd sconta anche la crisi di partecipazione che affligge tutti i partiti figli della grande tradizione novecentesca. Deve trovare la forza per produrre gli anticorpi giusti, accettare sfide nuove magari adottando strumenti nuovi. Abbiamo risorse ed energie per affrontare ogni situazione: i militanti, gli iscritti. Siamo l’unica formazione che ha sedi su tutto il territorio, abbiamo una formazione giovanile, congressi veri e partecipati che regolano la vita interna e la selezione della classe dirigente. Insomma, se la malattia c’è preferisco considerarla una spia che si accende per costringerci a puntare con decisione su ciò che è sempre stato essenziale per noi.

Quale motivazione l’ha spinta a mettersi in gioco accettando la difficile sfida di ricreare una comunità attorno ad un partito che per molti è considerato in agonia?

Sono entrato nel partito 25 anni fa. Ho aspettato 6 mesi prima di prendere la parola. ho stampato volantini e attaccato manifesti, ho grigliato alle feste de L’unita. Quando torno nel mio paese d’origine incontro gente che mi ricorda ancora come il segretario della giovanile. Ho avuto la fortuna di crescere con amici e compagni straordinari che mi hanno insegnato tanto. Per me è un onore guidare il partito. Le motivazioni insomma non mancano e sono tutte nella mia militanza, quella militanza fatta di orgoglio, sacrificio, passione che ha caratterizzato la vita di molti. Ecco, io sono a disposizione della mia comunità, e spero di restituire anche solo una minima parte rispetto a ciò che ho ricevuto.

Quali sono secondo lei le qualità di un buon segretario?

Credo di questi tempi la pazienza e una continua intenzione di saggezza, due qualità che cerco in me stesso quotidianamente. Per fortuna ho una squadra straordinaria che lavora senza risparmiarsi. Con loro cerchiamo faticosamente di ricostruire una visione, una speranza da regalare a chi ancora crede in valori come la solidarietà, la dignità del lavoro, l’equità sociale, i diritti, la legalità, l’antifascismo.

In questi sei mesi, pensa di aver lavorato più nella direzione della continuità o della discontinuità rispetto al lavoro di chi l’ha preceduta? In altri termini a cosa sta dedicando più spazio all’innovazione o alla tradizione?

Semplicemente si è aperto un nuovo capitolo per il partito in un clima totalmente diverso in cui bisogna lavorare sodo per ricostruire la nostra identità. Pensiamo alla questione del ricambio generazionale, ad esempio. Se qualcuno ritiene di affrontarla riproponendo il classico schema dei “figli che accoltellano i padri” siamo totalmente fuori strada. Tutto passa attraverso il patto generazionale,  che non significa patto tra pari età per scacciare, o meglio, rimpiazzare la vecchia guardia: questa è becera rottamazione. A Torino è successo che abbiamo tirato fuori dal cassetto coraggio e patto generazionale. I padri nobili si sono fatti carico di sostenere e affiancare il ricambio generazionale sulla base di un progetto condiviso; un mix di esperienza e rinnovamento che sta portando benefici nel nostro partito.

Note positive e note negative del primo semestre?

Tra le note positive ci metto la collaborazione con l’Anpi, con i corpi intermedi, con le associazioni di categoria, il ritrovato attivismo dei circoli. Le campagne di sensibilizzazione promosse dal partito. La convinzione che il partito ha bisogno di stringere rapporti solidi con realtà funzionali al partito. Realtà esterne ma in grado di dare una mano per costruire una base sociale forte, coesa. Di negativo francamente non mi sento di segnalare nulla perché sono uno abituato ad imparare dagli errori.

Comunità e riscoprire l’amore per il partito sono state due parole d’ordine che ha fatto sue. In sei mesi sono sempre valide e ha avuto già dei riscontri?

Sono le parole d’ordine che ci devono caratterizzare maggiormente in questa fase di disorientamento. A queste aggiungo sacrificio, dedizione, partecipazione. Il Pd del futuro deve essere un partito fatto di gente che suda per la maglia. Dopo la batosta del 4 marzo sono tante le ragazze e i ragazzi che si stanno avvicinando. Hanno bisogno di speranza, di sentirsi protagonisti di una nuova stagione, di sentirsi parte di una comunità. Dobbiamo camminare e  guardare e avanti con loro fregandocene delle critiche gratuite che ci pioveranno addosso. Mi ha sempre fatto sorridere una vecchia intervista del Ct della Scozia dove, incalzato sulle critiche che venivano mosse alla sua squadra rispose sconsolato “se camminassi sull’acqua, i miei detrattori direbbero che è perché non so nuotare”.

Cose le chiedono i militanti?

Di combattere, di essere coinvolti, di rialzare la testa. Di ribattere colpo su colpo. Aveva ragione Jean Claude Izzo, “essere pugile non significa soltanto colpire, ma, prima di tutto, imparare a ricevere i colpi”. La vita non è altro che un succedersi di round. E allora non ti resta che incassare, incassare. Tenere duro, mantenere la posizione, non arretrare di un centimetro, non cedere. E colpire al posto giusto, nel momento giusto.