di Enrico Peyretti

Un bel convegno su Michele Pellegrino si è tenuto nella comunità di Bose l’8 e 9 ottobre, nel trentesimo della morte. Enzo Bianchi ha ricordato che fu Pellegrino a garantire la cattolicità della comunità alle origini, nel 1968, superando l’interdetto del vescovo di Biella di allora. Il card. Parolin ha trasmesso un bel messaggio di papa Francesco. Dalla chiesa di Torino nulla.
Paolo Siniscalco ha ricostruito l’esclusione delle discipline religiose dalle università italiane, dopo l’unità. L’accademia vedeva i primi secoli cristiani come decadenza della civiltà romana. Negli anni ’30 ricompare qualche cattedra di storia religiosa. Dal 1938 Pellegrino insegna a Torino prima lingua latina, poi letteratura cristiana antica, ordinario dal 1948. In quegli anni la teologia passa dalle conclusioni alle fonti (collana francese delle Sources Chrétiennes), si scopre anche il valore letterario delle opere cristiane antiche e il nesso cristianesimo-classicità. Pellegrino cura una collana di testi patristici, una rivista, e tiene rapporti internazionali; mostra come i valori umani della classicità sono una pedagogia al cristianesimo. Come i padri della chiesa non è un puro intellettuale, né un puro umanista, ma già pastore prima di essere vescovo.
Riferendo su raccolte di epistolari spirituali, Clementina Mazzucco ha descritto l’azione di paternità spirituale esercitata da Pellegrino oltre l’insegnamento, azione riferita alla Bibbia, ai padri antichi, ai teologi, all’apostolato, all’ecumenismo, e al “maestro interiore”, la luce di Cristo che illumina ogni uomo (Gv 1,9).
Carlo Ossola ha ricordato che Pellegrino trovò, appena vescovo, diversi contrasti, dal tradizionalismo alle comunità di base. Sapeva anche ripensare le posizioni prese. Seppe guardare sia all’applicazione del Concilio sia alla religiosità popolare, propria del mondo dei poveri, della “cultura della miseria”. Non gli bastava “andare ai poveri”, volle “stare coi poveri”. Affermava i diritti dell’uomo anche quando è nell’errore. Prese da Paolo VI l’idea di “sollecitudine” (avvicinare, sollevare), che è meglio di misericordia. Capì che solo partendo dall’uomo si può parlare di Dio. Reagì alla chiesa paternalista: prima vengono i diritti e la giustizia, poi l’elemosina e la misericordia. Sapeva che il dubbio può incrementare l’autentica fede e che, nel Concilio, «la chiesa invita cortesemente gli atei a considerare il vangelo di Gesù» (Gaudium et Spes, n. 21).
Oreste Aime ha ripercorso gli anni dell’episcopato di Pellegrino: l’immediato dopo-Concilio, mentre Torino diventa città-fabbrica (50% dei torinesi sono operai) e passa da 500.000 a 1.350.000 abitanti. Scoppia il Sessantotto che tocca anche la vita religiosa, comincia la secolarizzazione. Pellegrino applica il Concilio su tutti i piani della “chiesa locale”, la cui realtà ecclesiale riscopre e valorizza: non è solo un dato sociologico, ma un sentiero interrotto del Concilio. Celebrava la messa del giovedì santo non come (di solito) la messa dei preti, ma propriamente della chiesa locale.
Egli è in contatto da anni col mondo operaio quando accoglie e avvia la pastorale operaia, i preti operai. Valorizza il consiglio pastorale (preti e laici) più di quello presbiterale. Senza questo impianto della teologia conciliare non ci sarebbe stata la ”Camminare insieme”, già costruita “insieme”, con larghi contributi della chiesa attiva. Proponeva povertà, libertà, fraternità. Passava dalla dottrina sociale alla linea pastorale. Invitava ad agire con coscienza libera, ma nella comunione, invece di individualismo e consumismo. “Senza la fraternità, tutto è perduto”, ed essa va intesa sia ad intra sia ad extra.
Spetta alle comunità cristiane (dice citando Paolo VI, Octogesima adveniens, n. 4) cercare soluzione giusta ai problemi sociali secondo le situazioni locali e storiche.
Difende il pluralismo nella chiesa (il clero è diviso) e il dialogo (in quel momento coi marxisti). Viene sollecitato a procedere, anche con un sinodo diocesano (accetta l’idea ma la rinvia sine die), dal convegno giovanile di Rivoli 1969, mentre le grandi associazioni sono in crisi (fino ad oggi). Dimostra fermezza pastorale, in certi casi anche durezza, insieme ad una straordinaria capacità di dialogo.
Per Pellegrino la “parresia” (dire tutto francamente) è l’espressione sincera della verità che fa vivere, anche a rischio di fraintendimento e solitudine, come nella intervista a “Il Regno” del 1981. Mostrò anche suoi limiti ed errori, naturalmente, ma fu capace di ricevere dalla sua chiesa.
Allora, era una società di massa, oggi è la società degli individui. Ora la chiesa deve inventare la fraternità in questa società e le occorre uno statuto del pluralismo: la fraternità come parresia, libertà di parola e di azione. Oggi papa Francesco è un movimento dall’alto: occorre un incontro dalla base, e un itinerario.
Nella tavola rotonda, Diego Novelli, che si dice non credente, non ateo, ammiratore di Gesù di Nazareth, racconta come conobbe Pellegrino prima da giornalista, poi da sindaco di Torino dal 1975 all’83. Lo definisce un “rivoluzionario”: conosceva la realtà per cambiarla in positivo. Aveva idee solidissime, con umiltà e coraggio. Novelli ricorda l’omelia del 1 maggio 1966, solidale con gli operai in sciopero, che lottavano anche per i crumiri premiati dalla Fiat. E ricorda il messaggio di Pellegrino ai detenuti delle Nuove in rivolta per le condizioni disumane del carcere. Ronchey, sulla Stampa, definì neo-marxismo la Camminare Insieme. A Novelli Pellegrino disse che, se aveva fede nei valori dell’uomo, per la “proprietà transitiva” aveva una fede anche in Dio.
Il vescovo di Biella, Gabriele Mana, era parroco alle Vallette di Torino, in condizioni difficili e ristrettissime, e Pellegrino lo sostenne e aiutò anche umanamente con molta semplicità. Egli ricorda che, ab immemorabili, non veniva nominato vescovo a Torino un semplice prete, come era Pellegrino. Da vescovo, si presentava con tre cose in mano: la Bibbia, il Concilio, l’uomo.
Luigi Bettazzi, oggi 93enne, era allora vescovo di Ivrea. Con la sua famosa verve e totale franchezza racconta molti aneddoti precisi. A Pellegrino fu costruito attorno da Roma un “cordone sanitario”, per la sua decisione ad applicare il Concilio e le sue scelte morali-sociali. Bettazzi lo condivideva, e capì che anche la propria linea alla fine non era gradita da Paolo VI. Dice che Pellegrino era troppo anomalo per essere canonizzato.
Francesco Traniello si chiede: quale Concilio intendeva diffondere Pellegrino? Non solo quello per il popolo dei fedeli, ma anche ad altri: non è una serie di norme da applicare, ma uno spirito da capire; contiene fonti che avranno uno sviluppo; è un’idea aperta. Pellegrino ne dà una lettura più cristocentrica che ecclesiocentrica, in base all’azione di Dio incarnata nella storia. Si intrecciano la storia dell’uomo e la storia della salvezza, nei “segni dei tempi”, la cui lettura non è monopolio dei cristiani. La chiesa è storia: la sua immutabilità sarebbe eresia, fuori dall’incarnazione. L’idea centrale del Concilio è la comunione, la fraternità estesa a quanti sperimentano la stessa sorte terrena. Pellegrino sa bene che la chiesa, dalla Rivoluzione Francese, incontra laicizzazione e secolarizzazione, fenomeni complessi, che però le permettono di uscire dalla cristianità (chiesa identificata con la società) e di superare l’estraneità tra chiesa e mondo moderno, che è il nuovo campo di evangelizzazione. L’istituzione chiesa ha uno scopo escatologico. Per Pellegrino “aggiornamento” ha significato estensivo: penetrare meglio il mistero rivelato, “ripresentare al mondo Cristo”. Per far ciò bisogna conoscere il mondo. Pellegrino è meno ottimista sulla diocesi dell’ottimismo della Gaudium et Spes sul mondo. Egli è un professore che sa imparare, un vescovo che impara. L’autorità-responsabilità del vescovo non è di origine umana. Egli ha convinzioni forti e trova limiti negli interlocutori ecclesiali.
Complessivamente, per Traniello, l’episcopato di Pellegrino ha un’enfasi sul rapporto tra evangelizzazione e cultura: non tanto una “cultura cristiana”, quanto entrare nella cultura con la libertà di ricerca, coi contributi della cultura alla fede, nel pluralismo. Applica ciò nel contesto diocesano, sapendo che ci sono culture ingiuste, cercando un difficile equilibrio tra combattere l’ingiustizia e rispettare l’autonomia personale.
Per Roberto Repole, la profezia di Pellegrino è una chiesa senza interessi per sé, esposta, a servizio. A servizio di chi? Del Dio vivente, rivolto agli uomini. E a servizio degli uomini, cominciando dai più poveri. Ciò implica una trascendenza di Dio rispetto alla chiesa. Oggi è detta di nuovo la centralità di Dio, ma non sempre come chiamata sulle ferite dell’umanità. La qualità profetica della chiesa si esprime in una evangelizzazione tremante, balbettante, con la sola parola di Cristo; esige la scelta dei poveri; richiede la libertas ecclesiae, l’uscita dall’era costantiniana e dai legami col potere; e infine la povertà della chiesa, delle strutture e dei cristiani.
Il dialogo col mondo moderno deve avvenire specialmente nella chiesa locale, ma ci vuole anche la parresia dei vescovi perché ci sia collegialità. Solo coi carismi di tutti la chiesa può evangelizzare. Per attuare l’amore occorre libertà.
Nella sua profezia, Pellegrino pagò in prima persona. Si dimise prima del termine. Alla fine, fu solo?
Egli spronò i preti alla partecipazione. Oggi, una profezia necessaria è una teologia che ripensi il sacramento dell’ordine. Di fatto, si è imposto un ministero monarchico.