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In ricordo di Luigi Bobbio. Cittadini e costituzioni. Si può fare diversamente

In ricordo di Luigi Bobbio. Cittadini e costituzioni. Si può fare diversamente

È oggi improvvisamente scomparso Luigi Bobbio, uno dei tre figli del filosofo Norberto. Aveva 73 anni. Docente di Scienze Politiche all’Università di Torino era stato uno dei fondatori del movimento Lotta Continua.

Bobbio è stato anche un collaboratore del nostro giornale. Per ricordarlo pubblichiamo il suo editoriale del 15 dicembre 2016. In questo suo contributo emerge la tutta la sua sensibilità e attenzione per un reale e decisivo coinvolgimento diretto della popolazione in tutte le principali scelte politiche.

di Luigi Bobbio

L’Italia non è l’unico paese europeo che si è posto il problema di modificare la sua Costituzione. Lo hanno fatto, grosso modo in questi stessi anni, anche l’Islanda e l’Irlanda, ma usando strumenti completamente diversi e in particolare coinvolgendo, in forma originale, i cittadini nel processo di revisione costituzionale.

In Islanda la riscrittura della Costituzione, dopo il crollo delle banche che aveva messo in ginocchio il Paese e suscitato la famosa «rivoluzione delle pentole», iniziò con la convocazione, nel 2010, di un National Forum, formato da 950 cittadini estratti a sorte che si concluse con alcune raccomandazioni per la nuova costituzione. Seguì l’elezione di un organo ristretto, il Consiglio costituzionale, formato da 25 rappresentanti che nei primi sei mesi del 2011 preparò la bozza della C ostituzione. Il consiglio lavorò in modo aperto pubblicando online le diverse versioni della bozza e discutendo i commenti e le proposte che riceveva. Attraverso questa forma di crowdsourcing, «il testo fu rimpolpato in modo progressivo e reattivo, mediante varie ripetizioni del medesimo processo: si scriveva qualcosa di nuovo, lo si mostrava al pubblico, si integravano i loro commenti …» (come ha scritto la scienziata politica franco-americana Hélène Landemore). Il testo così definito fu poi approvato, nell’autunno 2012, da un referendum, con i 2/3 di sì, nel corso del quale i cittadini furono chiamati a esprimersi anche su specifiche questioni particolarmente controverse, come quella relativa al ruolo della Chiesa nazionale o alla proprietà collettiva delle risorse naturali. Nel 2013 il testo fu sottoposto al parlamento islandese che, però, decise di affossare il processo di riforma costituzionale.

Per quanto riguarda l’Irlanda, molti ricordano il referendum che, nel 2015, approvò il matrimonio gay: un evento assolutamente eccezionale per un paese super-cattolico. Ma pochi conoscono il percorso che portò a questo risultato. Eccolo. La coalizione uscita vittoriosa dalle elezioni del 2011 decise di aprire un processo per la riforma di alcune parti della Costituzione del 1937. Il parlamento indicò sette temi da affrontare. Tra di essi, oltre al matrimonio tra persone dello stesso sesso, il diritto di voto ai 17enni, la riduzione a 5 anni del mandato del presidente della repubblica, la riforma del sistema elettorale, misure per la maggiore partecipazione delle donne alla politica, e l’eliminazione del reato di bestemmia dalla Costituzione. L’aspetto interessante (e sicuramente originale) fu la scelta del parlamento di affidare la discussione di questi sette punti a un’assemblea di 100 membri, l’Irish Constitutional Convention formata da 66 cittadini estratti a sorte, 33 deputati o senatori nominati in proporzione alla forza dei relativi gruppi parlamentari e il presidente super partes. Le proposte della Convention sarebbero poi state esaminate dal governo che avrebbe potuto accoglierle, respingerle oppure sottoporle a referendum.

La Convention lavorò per un anno, tra il 2013 e il 2014, riunendosi in nove weekend , attraverso un processo strutturato – in parte in seduta plenaria e in parte in gruppi ristretti – pubblicando on line (www.constitution.ie) tutti i documenti rilevanti e ricevendo migliaia di commenti. Poiché il parlamento aveva concesso alla Convention la possibilità di ampliare il numero dei temi da affrontare, essa aggiunse due nuovi temi (la riforma della camera dei deputati e la tutela dei diritti economici, sociali e culturali), che passarono così da sette a nove. Per ogni tema la Convention ascoltò il parere di esperti con opinioni diverse e alla fine decise a maggioranza e pubblicò un rapporto che illustrava e motivava le scelte effettuate. Nel complesso la convenzione formulò una quarantina di proposte sui nove temi affrontati. Esse furono poi esaminate dal governo che respinse alcune di esse, dispose un approfondimento su altre e ne sottopose due a un referendum che si tenne il 22 maggio 2015: la proposta di includere nella costituzione il matrimonio gay fu approvata dagli elettori, quella di abbassare l’età per l’elezione del presidente della repubblica fu invece respinta.

Non è difficile notare le differenze rispetto a quello che è successo in Italia. Da noi, infatti, tutto il processo di revisione costituzionale è rimasto confinato nelle aule parlamentari, per giunta con un ruolo propulsivo del governo che ha scritto il relativo disegno di legge e ha presidiato ogni fase della procedura parlamentare di approvazione. L’unica apertura ai cittadini fu una consultazione on line, promossa nel 2013 dal governo Letta, sulla base di un questionario a risposte prefigurate in due versioni (una più semplice e una più approfondita). I risultati della consultazione (v. Consultazione Pubblica sulle Riforme Costituzionali. Rapporto Finale, www.riformecostituzionali.partecipa.gov.it), peraltro interessanti e molto ragionevoli, non furono nemmeno menzionati nella relazione con cui, l’8 aprile 2014, il governo Renzi presentò in parlamento il disegno di legge costituzionale.

Possiamo allora domandarci: si sarebbe potuto fare anche da noi qualcosa di più per coinvolgere i cittadini? Sarebbe cambiato qualcosa?

Alla prima domanda la risposta è: sicuramente sì. Certo non avremmo potuto fare come in Islanda e in Irlanda dal momento che in Italia la modifica della Costituzione deve essere approvata due volte da entrambe le camere con almeno la maggioranza assoluta. Ma sarebbe certamente stato possibile far lavorare il parlamento su modifiche elaborate da un gruppo di cittadini sorteggiati attraverso un processo strutturato.

Alla seconda domanda («sarebbe cambiato qualcosa») ogni lettore può provare a dare la sua risposta. Io penso di sì. La mia esperienza è che cittadini qualsiasi investiti di un’alta responsabilità e messi in condizione di accedere a informazioni e punti di vista contrastanti, nonché di discutere approfonditamente tra di loro, sono spesso in grado di trovare soluzioni utili e interessanti. Per un semplice motivo: in quanto non immediatamente e personalmente coinvolti dalle conseguenze delle loro scelte, possono mantenere uno sguardo più generale e lungimirante. E la legge elettorale? Anche qui abbiamo casi in cui la scelta del sistema elettorale è stata affidata, con ottimi risultati, a cittadini estratti a sorte (così nelle province Canadesi della Columbia Britannica e dell’Ontario, e nei Paesi Bassi). Un sistema del genere applicato in Italia avrebbe prodotto una legge elettorale peggiore dell’Italicus (nel senso di più divisiva e controversa)? È difficile crederlo.

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