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Cosa c'è alla base della truffa bovina valdostana?

di Roberto Mancini

Le indagini della settimana scorsa del pm Longarini e dei Nas di Aosta sono sfociate in una serie di accuse che, se confermate, aprono uno squarcio inquietante sui comportamenti truffaldini di un intero settore della società valdostana, favorito in questa prassi dai risibili metodi di controllo della pubblica amministrazione.

Per ora però non sarebbe corretto pronunciarsi in maniera frettolosa, né generalizzare le eventuali colpe: certo l'indagine e le accuse riguardano comunque non personaggi marginali, ma il Gotha ed i vertici dell'Arev (associazione allevatori valdostani).
Anche l'Anaborava, l'associazione nazionale bovini di razza valdostana, non sembra così estranea a questo clima di rilassatezza dei controlli, secondo l'accusa svolti con disinvolta noncuranza, tale da mettere in pericolo la salute dei consumatori.
Ma voglio affrontare qui non la questione non dal vertice giudiziario, ma sotto il profilo del "pensiero comune", ancora largamente maggioritario in Vda.
Una riflessione forse utile per gli amici piemontesi, che rischiano nel futuro un Cota nella cultura.
Sul contadinismo etnico l'Union ha impiantato la sua supremazia ideologica negli ultimi 30 anni,peraltro mai contrastata da una Sinistra che, a sua volta, dopo aver peccato di operaismo, ha abbandonato il campo dedicandosi in Italia alle figurine Panini, in Valle alla mitologia celtica e al razzismo delle "piccole patrie".
Vi ricordate la propaganda comunista anni 50?
Quella in cui gli operai erano sempre buoni, onesti, leali, intelligenti e fraterni? Nella DDR dovevi dipingere operai, poetare operai, cinematografare operai, romanzare operai. Non potevano esistere altri argomenti di ispirazione.
Se nel tuo film un operaio era un delinquente o un ladro, picchiava la moglie o era alcolista, finivi senza lavoro come "nemico del popolo".
Qui è come nella DDR, basta sostituire agli operai i contadini-allevatori.
Persino il il 90% delle sculture in legno delle varie scuole di intaglio sono mucche con le rotelle.... mai nessuno (o pochi coraggiosi...) scolpisce un ombrellone col mare.
E poi qui vige il valore taumaturgico del dialetto: per i razzisti identitari, il dialetto serve a delimitare il territorio con muri invisibili, altrochè "ricchezza culturale".
L'altro nocciolo dell'ideologia valdostanista è infatti sempre stato che "basta parlare dialetto e lavorare la campagna per essere persone per bene".
Non conta non rubare, l'importante è essere "patoisants."
La cittadinanza e la nazione non è data dai comportamenti di fronte alla legge ("il plebiscito di tutti i giorni" di Rena) ed ai proprio simili, ma dalla lingua che parli : lo "ius linguae" ha sostituito lo "ius sanguinis".
Quello che importa è che non attecchisca la cultura politica dello "ius soli", che dovrebbe essere la bandiera di tutti i progressisti.
Logico che poi la xenofobia sia un corollario:"tutte le truffe vengono da gente di fuori, i furti da fuori, le malversazioni da fuori".
30 anni or sono il povero giudice Vaudano, il primo che osò indagare sugli allevatori, venne massacrato dalla nomenklatura rossonera.
Allora non si diceva, come Berluska, che i giudici onesti erano "comunisti". si diceva che erano "centralisti", che c'era un "complotto centralista" contro la "pauvre VDA".
Gli allevatori sono percettori di denaro pubblico in maniera spropositata da almeno 30 anni, una poderosa lobby elettorale il cui mantenimento è costato cifre da capogiro ai contribuenti valdostani.
Sono sempre stati presentati dalla "kulture valdotaine" (teatro, canzoni, programmi Televisivi, poesie) come i custodi della purezza dei costumi, sani, onesti frugali, etnicamente puri e incontaminati.
Adesso lo saranno ancora di più, si annuncia controffensiva mediatica.

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