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A Torino in mostra le "facce da straniero"

di Giovanni Catanzaro

"Facce da straniero : 30 anni di fotografia e giornalismo sull'immigrazione in Italia". E' questo il titolo della mostra fotografica che sarà inaugurata venerdì 12 marzo ( resterà allestita fino al 18 maggio) presso il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino. Questa mostra fa parte di un più ampio progetto culturale curato da FIERI (Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull'immigrazione) a partire dal novembre del 2006 dedicato al fenomeno dell'immigrazione e del modo in cui il fotogiornalismo l'ha affrontato. Un lavoro che sarà completato dall'uscita di un libro per Mondadori che, seguendo un approccio multidisciplinare, proporrà resoconti e letture critiche sull'argomento.

Un progetto curato nello specifico da Luigi Gariglio, Andrea Pogliano e Riccardo Zanini, appoggiato dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, la Regione Piemonte e il Comune di Torino.

116 copertine, 1368 servizi distribuiti su 4956 pagine e un totale di 7327 fotografie: questi sono i numeri che rendono un idea a livello quantitativo di come sia stato analizzato il fenomeno. Oltre a pannelli che forniscono un'ampia panoramica sulla rappresentazione giornalistica dell'immigrazione, la mostra contiene molte copertine dedicate ai fenomeni migratori nell'arco di tempo che va al 1980 ( anni di inizio dei flussi in entrata) al 2007. Una serie di inediti impreziosiscono poi ulteriormente la mostra: nomi del calibro di Francesco Cito, Uliano Lucas, Roby Schirer, Gianni Berengo, Gardin Francesco Zizola, Paolo Verzone, Massimo Berruti, Antonello Nusca, Francesco Cocco e altri protagonisti del fotogiornalismo italiano.

Oltre alla qualità dei materiali proposti, ciò che rende questa mostra importante sono le idee da cui nasce e gli scopi che si prefigge. Nella conferenza stampa di ieri mattina i vari relatori hanno messo ben in luce alcuni concetti fondamentali per capire e interpretare questa mostra.

Ermanno Di Biagi, direttore del Museo Regionale di Scienze Naturali, ha sottolineato come la scelta del suo museo di ospitare questa mostra nasca dal ritenere l'uomo parte integrate, critica, della natura e le migrazioni come portatrici di una ricchezza biologica incredibile che solamente un approccio multiclturalista permette di cogliere.

Ferruccio Pastore, direttore di FIERI, ha fatto osservare poi come quello dello straniere sia oggi un vero e proprio campo di battaglia e per tanto la scelta dell'inquadratura è un vero e proprio atto politico che veicola un messaggio bene preciso. E' necessario, secondo Pastore, fare un passo in dietro e guardare all'evoluzione che la rappresentazione dello straniero ha avuto in questi trent'anni.

Un'evoluzione che, come ricorda Andrea Pogliano, nei suoi esordi ci restituisce un immagine dello straniero esotica e buonista: il povero buono. Il nero quale unico colore del terzo mondo, la compassione verso il clandestino in cerca di fortuna: sono questi gli anni '80. Ma ecco che nei primi anni '90 dall'Adriatico sopraggiungono carrette colme di poveri bianchi, gli albanesi e tutte le precedenti rappresentazioni vengono stravolte. Ecco che ritornano da quegli anni reportage molto dettagliati che però all'epoca non godettero di successo poiché non allineati al discorso che in quel periodo doveva passare. Ecco perché, come spiega Gariglio, i lavori fotografici esposti sono stati scelti dai singoli autori: si è voluto che fossero loro a scegliere quali immagini ritenessero significative per indicare il loro punto di vista sull'alterità e sulla costruzione della realtà. Del resto chi produce immagini dà una rappresentazione molto complessa della realtà che poi però viene filtrata dalle redazioni. Questa mostra quindi, tra l'altro, è da intendersi come un giornalismo in potenza, quello che potrebbe essere o essere stato. Un esempio su tutti, fornito sempre da Gariglio, per spiegare quest'ultimo concetto: malgrado, come è noto, la maggior parte delle donne provenienti dall'est sia impiegata in servi alla persona, come le badanti, l'80% delle donne immortalate sulle copertine o nei servizi visionati in questo lavoro sono prostitute. Di fronte a un uso così strumentale delle immagini, conclude Riccardo Zanini,questa mostra si pone come un progetto di divulgazione, un cassetto degli attrezzi per una seria e critica educazione all'immagine.

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