Vista la fine miseranda e miserabile del “Grinzane”, sicuramente è “Il Campiello” in questo momento il più importante premio letterario italiano. Per arrivare a scegliere i libri che si giocheranno la finale il 5 settembre prossimo, al teatro La Fenice di Venezia, sono state necessarie ben cinque votazioni da parte della Giuria dei Letterati composta quest’anno dal linguista Gian Luigi Beccarla, lo scrittore Riccardo Calimani, il critico d’arte Philippe Daverio, il sociologo Domenico De Masi, i giornalisti Aldo Forbice e Giuseppe Sottile, la presidente dell’Accademia della Crusca Nicoletta Maraschio, il critico letterario Lorenzo Mondo, gli italianisti Salvatore Silvano Nigro e Silvio Ramat, l’esperta d’arte Patrizia Sandretto Re Rebaudengo guidati dall’architetto svizzero Mario Botta. I primi tre nomi erano usciti fuori subito: Elena Loewenthal con Conta le stelle, se puoi (Einaudi) ha preso il largo con 12 voti; a pari merito con 9 preferenze Almeno il cappello (Garzanti) di Andrea Vitali e Il superstizioso (Sellerio) di Francesco Recami.
La scelta dei due rimanenti è stata, invece, più sofferta. Al quinto tentativo è emerso Pierluigi Panza e il suo La croce e la sfinge, vita scellerata di Giovan Battista Piranesi (Bompiani) e solo con il voto finale dell’architetto Botta, si è deciso per il libro di Margaret Mazzantini Venuto al mondo. Due gli elementi comuni tra i romanzi di quest’anno: i ritratti di vite normali, microcosmi comuni che non sempre rimandano al generale (mentre per Forbice proprio la capacità di raccontare la quotidianità può spiegarci la società contemporanea); e in secondo luogo la Grande Storia che fa da sfondo alle vicende comuni.




I cinque finalisti del Campiello





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