di Paolo Fallico
«Non sento una particolare emozione, diversa da quella che provo in altre occasioni. Ma qui, in questa grande mostra, nel suo allargato orizzonte, cerco la creatività, cosciente di avere più probabilità di incontrarla. Puoi trovare ciò che non ti aspettavi. Mi è già capitato con Pelosini, l'ho scoperto a Massarosa; ora il suo squalo metallico fatto con pezzi di recupero è qui. Mi è successo spesso girando l'Italia d'imbattermi in artisti sconosciuti ricchi di capacità». Così Vittorio Sgarbi al taccuino di Nuovasocietà, mentre intorno impazzano i flash dei fotoreporter e, fra pittori, scultori e giornalisti, semplici cittadini chiedono autografi, ridono e battono le mani.
Insomma l'onorevole Sgarbi, sindaco di Salemi (Trapani), dominus della Biennale di Venezia, è la star della serata nella sala Nervi di Torino Esposizioni, dove il 23 Dicembre si è aperta ufficialmente "L'arte non è cosa nostra", iniziativa promossa dal Padiglione Italia alla 54° Esposizione internazionale dell'Arte della Biennale di Venezia per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia.
Ha appena finito il suo intervento Michele Coppola, assessore regionale alla Cultura, che porge i saluti del governatore del Piemonte, Roberto Cota.
C'è anche il consigliere regionale Michele Giovine (condannato a giugno a due anni e otto mesi per la presunta falsificazione di firme della lista Pensionati per Cota, nelle elezioni regionali del 2010). Il presidente della Provincia Antonio Saitta, giunto molto prima degli altri, gira per le sale interessatissimo. Il sindaco Fassino dà forfait, impegnato in una visita presso un centro per portatori di handicap a Venaria (ci sarà, a data da destinarsi, una terza inaugurazione).
Tutti, al microfono, ringraziano Sgarbi, parlano della sua capacità di organizzare senza aiuti finanziari pubblici (gli sponsor li hanno trovati lui e Giorgio Grasso, assessore del Comune di Salemi e curatore generale della mostra) e sottolineano la fruibilità della mostra, "arte per la gente, godibile, piacevole".
Ma è lo stesso sindaco di Salemi a chiarire: «E' bello che una mostra abbia l'aspetto di una festa, Torino è stata la prima capitale d'Italia e merita questa mostra, al di là di certe idiote polemiche giornalistiche. Non ho problemi né con la destra né con la sinistra - prosegue Sgarbi – a Torino abbiamo più posto del Padiglione Italia a Venezia, qui hanno trovato spazio artisti che erano fuori dalla Biennale, anche quelli che non rientrano nei miei gusti. Con Grasso organizzeremo negli anni pari, cioè quelli in cui non c'è la Biennale, una mostra tra Torino e Salemi per vedere il più possibile di quello che l'arte offre e la chiameremo "Babele"».
Passeggiando per le sale ci si imbatte in una varietà enorme di opere, temi e suggestioni. Quadri dipinti con varie tecniche; collage su tela o piani lignei; sculture e composizioni. di metallo, plastica, legno, tela e cartone, gesso e marmo, insomma una ricerca praticamente infinita di soluzioni creative; oltre 1200 opere di almeno 700 artisti provenienti da tutto il Paese.
Si va dal ritratto di Berlusconi in versione tricolore a quello di Lapo Elkann fino a Susanna Agnelli con un gatto, vestiti alla marinara. C'è la testa mozzata di Medusa costruita con piccoli oggetti di plastica, un futuristico umanoide vestito di metallo lucente, la "donnina" di Milo Manara dipinta a ridosso di una grande tazza di caffè, un impressionante busto di zebra in pasta di legno dipinto e una tela del papa con rossetto e pistola, intitolata "Vatigun".
In terra sì incontrano corpi costellati di luce o intrappolati in colate laviche sormontate da televisori; c'è pure un enorme torsolo di mela formato da lattine di coca-cola. Volti di divi del cinema che sorridono appesi alle pareti e anonimi personaggi dietro le sbarre di prigioni orribili si alternano a disegni di fiere splendide e minacciose.
Non mancano auto infangate e tavoli con gambe di chitarre imbiancate, sculture contorte e rotondeggianti, composizioni di cibi e bevande e schermi interattivi con giovani dalle espressioni cangianti.
Le forme più disparate, luci, ombre, colori vivaci e assemblaggi "folli" di oggetti assediano la mente e colpiscono l'immaginario in una babele di messaggi violenti, trascendendo la realtà della quale tuttavia sono famelici, come una gigantesca tigre lignea e lo squalo metallico che sembra guizzare sul muro.
Una piccola parete custodisce disegni di volti tristi e poesie scritte a mano, un'altra riproduce ossessivamente, tra mille toni di colore, la parola libertà.
«Ho affrontato il pensiero metafisico che deriva da Aristotele e Platone - ci racconta Galeazzo Viganò di fronte ai suoi tre quadri, pieni di mare, città e strumenti - Non vado d'accordo con i galleristi e lavoro su commissione. Sgarbi ha scritto saggi e articoli su di me, ne sono felice e gli sono debitore».
Capita anche d'incontrare un collega, Ferruccio Sgard, che lavorava a "Novantesimo minuto" dell'indimenticabile Paolo Valenti, qui in veste di pittore. «Dipingo da 40 anni, sono cinetico e astratto, ho fatto la Biennale nel Padiglione nazionale Italia a Venezia, era la sesta volta. Ho finito una mostra In Argentina quindici giorni orsono e ne ho altre quattro in programma».
Poi ci accompagna nell'area del progetto "Padiglione Tibet" di Ruggero Maggi, dove, assieme a quelle di tanti altri artisti, c'è la sua opera: una khata dipinta. Tipica sciarpa che in Tibet i monaci offrono in segno di pace e amicizia, che ora assurge a simbolo d'incontro tra la civiltà e l'arte occidentale e quella tibetana; nonché prova della solidarietà nei confronti della nazione tibetana, oppressa dalla potenza cinese.
Un'ultima suggestione la offre l'opera vivente di tre ragazze seminude crocifisse; due pittrici e una fotografa dell'Associazione "M'Arte" di Milano, che rappresentano così le violenze fisiche e morali subite dalle donne.
Si esce frastornati dall'overdose di messaggi e di emozioni che la mostra inietta nella mente e nell'animo, ma con la voglia di rivederla; c'è tempo fino al 30 gennaio prossimo. E un cosa appare certa: tra le quasi infinite possibilità espressive dell'arte contemporanea, per chi la osserva c'è sempre la libertà di viverla in assoluta libertà da ogni schema imposto, poiché altrettanto infinite sono le possibilità di interpretarla.