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Giulio Einaudi, il club dell’Italia civile

di Franco Berlanda

"Furono fertili quei primi anni del novecento, tragico di guerre, rivoluzioni, la Shoah, la bomba atomica. Giulio Einaudi nasce a Torino proprio un secolo fa".

Sarebbe stato lieto dell'onore delle armi che si potrebbe rivolgere oggi in un nuovo clima non più berlusconiano per ricompensarlo del suo mai esibito comportamento eroico. Durante tutta la sua vita su di lui sono state pubblicate moltissime notizie, ma quello che è quasi scono0sciuto è il fatto che Giulio Einaudi sia stato un combattente, un membro attivo del CORPO VOLONTARI DELLA LIBERTA'. Uno di quelli che se veniva catturato dall'esercito tedesco che aveva invaso l'Italia o dai suoi alleati fascisti, sarebbe stato subito passato per le armi. Era uno di coloro che hanno aspettato invano di ricevere quella stella dell'ordine del tricolore che i parlamenti della repubblica italiana non hanno ancora perfezionato con apposita legge, malgrado siano trascorsi quasi 77 anni. Può darsi che questa adozione in un nuovo clima politico non più berlusconiano possa essere votata.

Giulio Einaudi nel suo libro "Frammenti di memoria" Rizzoli editore 1988, racconta che: "...partii clandestinamente dalla Svizzera per unirmi alle brigate garibaldine operanti in valle d'Aosta insieme agli amici con i quali avevo progettato l'impresa. Una staffetta aveva preannunciato il nostro arrivo in Italia in modo da essere accolti al di là del confine, ma nell'immediato erano gli svizzeri, gelosi custodi della loro neutralità, a impedire ogni contatto tra i rifugiati e le forze della resistenza. Un fine settimana, vestiti da alpinisti, sacco da montagna e scarponi, prondemmo il treno da Losanna a Martigny, e di lì, con l'ultima corriera, raggiungemmo La Fouly, un villaggio della val Ferret e circa 1600 metri di altezza. Lì ci buttammo in pineta e, carte alla mano, prendemmo gli ultimi accordi. La nostra identità doveva sparire: via tutti i documenti, se fossimo stati fermati da pattuglie svizzere e qualora queste non avessero riconosciuto il nostro stato di gitanti, avremmo detto che ci eravamo smarriti, per sfuggire dalle pattuglie tedesche che ci inseguivano al confine. Ma tutto andò per il meglio, con l'aiuto della notte senza luna arrivammo al confine, al ghiacciaio del Grand Goliaz a quota 3237 metri. Lì passammo la notte aspettando l'alba Ci venne incontro Ugo Pecchioli che ci aveva preceduto con un altro gruppo. Del mio facevano parte Walter Filac, Franco Berlanda, Saverio Tutino, Seniga, Giulio Elter, Nello Corti e Renata Aldovrandi.

Dal monte che si affacciava sull'Italia la vista si estendeva fino a fondo valle che dovevamo raggiungere e attraversare per recarci a Cogne, sede del comando della seconda zona militare partigiana. Ci fermammo in una baita per un breve riposo, rifocillandoci con latte e polenta e raggiungemmo a sera tarda Ristolas. La Dora la avremmo attraversata nella notte, utilizzando un ponte di servizio di una condotta forzata nel momento in cui la pattuglia tedesca si fosse allontanata per controllare il ponte della statale fra Aosta e Ivrea. Tutto avvenne secondo i piani e provati dalla lunga camminata e dall'emozione giungemmo a Cogne dove era insediato il comando che coordinava le operazioni militari in tutta la val d'Aosta. Le formazioni autonome, le brigate garibaldine, quelle di Giustizia e Libertà e Matteotti erano sotto il comando del generale Emilio Magliano, già a capo del 4° reggimento alpini di Aosta.

Le azioni principali di sabotaggio venivano condotte in fondo valle per interrompere la ferrovia e impedire così i rifornimenti ai presidi nemici. Le miniere di Cogne fornivano l'esplosivo necessario.

Conservo di quel periodo il ricordo di una grande vivacità politica. Protagonisti erano: Il generale Magliano, Renati, commissario politico delle brigate garibaldine e il comandante delle formazioni autonome e dei settori dell'alta valle, Mésard, giovane ufficiale degli alpini.

Il Renati girava da una valle all'altra portando la voce del partito. Quando un comandante garibaldino dissentiva dalla "linea generale", lo destituiva. Il generale Magliano, passava il tempo a studiare piani offensivi con l'aiuto di uno stato maggiore che si era costruito lui stesso."

Il libro comprende anche una serie di istantanee di piccolo formato con i volti di alcuni protagonisti del nostro tempo. 100 anni dopo la sua nascita, vale certamente la pena di considerare Giulio Einaudi, non solo un grande intellettuale, ma uno che ce l'ha messa del suo, anche rischiando la vita per cambiare il nostro paese.

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