Il prossimo ottobre a Roma si terrà un sinodo sull’Amazzonia con l’obiettivo di individuare “Nuovi cammini per la chiesa e per una ecologia integrale”. L’Instrumentum laboris -traccia di lavoro- è stato reso pubblico e l’indicazione “Nuovi cammini” lo anima, evidenziando la volontà di lasciare al passato sinodi dai monotoni dibattiti su risaputi precetti che poco o nulla han cambiato in una chiesa boccheggiante in un mondo che la ignora.

“Non dobbiamo riprodurre e ripetere ciò che già esiste” ha dichiarato il cardinale Claudio Hummes, arcivescovo emerito di Sao Paulo in Brasile e relatore generale al sinodo. Per quanto un’uscita da inveterati schemi non sia facile, l’affrontare non più tematiche dottrinali, ma le crude problematiche dell’immensa Amazzonia, dovrebbe favorire il loro superamento. Si tratta d’una regione diventata zona di saccheggio delle grandi internazionali dell’economia e della finanza, che ha già operato uno sconquasso ambientale di dimensioni uniche, che si riverbera, con forza altrettanto distruttiva, sui suoi 33 milioni di abitanti, 3 milioni dei quali indigeni, suddivisi in 385 etnie parlanti 240 lingue, emarginati ed indifesi fino al rischio di estinzione. Villaggi dispersi nella sconfinata foresta a distanze valutabili in giornate di viaggio, che rendono tutto arduo: lavoro, scuola, sanità, cui ora s’aggiungono furto e distruzione dei beni che furono sempre loro, con la complicità da governi corrotti o inetti a contrastare la depredazione in corso.

Una realtà in cui da sempre è stata presente la chiesa. Sul modo non è qui il caso di soffermarsi, lasciando al sinodo l’individuazione di “nuovi cammini” che riscattino un passato non sempre commendevole. Una sfida non facile che solo poteva lanciare un papa originario dell’America Latina che di quella regione sa qualcosa più della sua esistenza, che privilegia l’azione sull’indottrinamento ed ha fatto della ”ecologia integrale” un luogo teologico e tema d’un’enciclica.

L’ecologia cui egli mira fa dell’uomo e della natura un unicum inscindibile da riportare all’originaria armonica coesistenza, nella quale il primo percepiva la maternità della seconda usufruendo dei sui beni con rispetto, come ancora fanno le comunità aborigene oggi presenti.

Se il compito sinodale è trovare percorsi realistici per ritornare a quella pratica, l’assemblea romana dovrà rispondere in particolare a tre questioni. La prima è il modo della specifica partecipazione della chiesa alla salvaguardia dell’Amazzonia. E’ l’aspetto naturalistico d’una sua presenza attiva che le impone di passare dalla denuncia all’azione in unione con tutte le altre forze.

La seconda questione è il modo di rapportarsi alle comunità locali, in particolare a quelle indigene più deboli e vulnerabili. E’ l’aspetto umanitaristico della presenza della chiesa, che richiede la sua inculturazione nelle tradizioni e nei valori di quelle etnie. “Noi abbiamo una vita ed una storia che è sacra. Abbiamo nostre tradizioni, una cosmologia, una conoscenza del mondo che fu creato dal nostro Dio”, dichiarava il capo di una di quelle chiedendo di tutto ciò rispetto, in piena sintonia con quanto di recente ha sottoscritto Francesco assieme al muftì del Cairo nella Dichiarazione sulla fratellanza umana: “Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura come pure d’imporre uno stile di vita che gli altri non accettano.”

La terza questione, che costituisce l’aspetto religioso della presenza della chiesa, è il modo nel quale la fede e la spiritualità cristiana possono essere nutrite in quella smisurata area. Se la catechesi e l’esortazione spirituale non richiedono l’ordinazione sacerdotale, non altrettanto è per la confessione e l’eucarestia. La scarsità di preti rende raramente fruibili questi sacramenti per un gran numero di insediamenti. Bisognerebbe, dunque, aumentare i sacerdoti, magari oriundi, facilitatori di inculturazione. Prospettiva del tutto irrealistica se si pensa a preti seriali foggiati in ben protetti seminari e con giuramento celibatario. La soluzione è, con tutta evidenza, da trovare fuori da questo modello, che i redattori dell’Instrumentum laboris individuerebbero nell’ordinazione di “viri probati”, cioè uomini di qualità e affidabilità, pur se sposati. Un’ipotesi ormai ampiamente dibattuta giacché la scarsezza di preti celibatari non è solo un problema dell’Amazzonia. Ipotesi che l’Instrumentum laboris sommessamente, ma senza tergiversare mette sul tavolo.

Difficile trovare altre vie d’uscita, a meno che non si ammettano le donne al sacerdozio. Papa Wojtyla ha scomunicato chi solo osi parlarne! Comunque, il problema delle donne nella chiesa è talmente grave ed urgente che sarà anch’esso tema del lavoro sinodale al fine di valorizzarne la presenza e le connaturate genialità individuando per loro nuovi spazi ministeriali ufficialmente riconosciuti, ben oltre il contentino di sfiorare l’altare come chierichette o lettrici di testi minori nelle liturgie. Si mira a servizi ecclesiali canonici sebbene non ordinati. Un passo in avanti verso la de-mascolinizzazione dell’istituzione ecclesiastica? La teologia più avanzata e lo Spirito del tempo lo vorrebbero, ma la gerarchia ancora è sorda. Con qualche eccezione. “Se due terzi delle comunità [amazzoniche] sono guidate, con grande capacità di immedesimazione, da donne, perché non ricevono l’ordinazione sacerdotale affinché la domenica presiedano l’eucarestia?” Parole non d’uno squinternato progressista, ma di Erwin Kraeutler vescovo emerito di Xingu-Altamira in Amazzonia.

Scritto da Vittorino Merinas