Sei qui
Debito Pubblico-PIL, il “bluff” continua

Debito Pubblico-PIL, il “bluff” continua

di Carlo Manacorda

Il Bollettino Economico della Banca d’Italia di luglio 2017 informa che il debito pubblico ammonta, a fine maggio 2017, a 2.278,9 miliardi. 28 miliardi in più dall’inizio dell’anno. Contemporaneamente, la stessa Banca d’Italia comunica che il Pil (Prodotto interno lordo) potrebbe crescere quest’anno dell’1,4%. Il Governo s’affretta a dire che, crescendo il Pil, l’aumento del debito non preoccupa. Ma è proprio così? Ci sono dubbi.

Il debito pubblico è l’ammontare di tutte le somme che lo Stato e le altre amministrazioni pubbliche devono restituire a chi ha prestato loro soldi, acquistando BTP, CCT, BOT e simili. E’ quindi un valore preciso di denaro, calcolato in un determinato momento.

Il Pil è una grandezza macroeconomica che, nelle previsioni, si basa su una stima delle possibilità che cresca (o diminuisca) il valore dei beni e servizi che si produrranno in un Paese in un periodo di tempo (solitamente, in un anno). I beni e servizi riguardano sia il settore privato, sia quello pubblico. Il Pil esprime dunque un’ipotesi sulla “ricchezza” che si produrrà nel Paese. A consuntivo, si saprà se le stime si sono avverate.

Se però questa ricchezza è inferiore al debito pubblico, c’è il timore che lo Stato non sia in grado di ripagarlo. Ecco perché si è stabilito un rapporto tra i due valori. Se si stima che cresca il Pil, si presume che aumenterà la ricchezza del Paese. Lo Stato ne preleverà una quota con le tasse, e aumenteranno le sue entrate. In definitiva, ci saranno maggiori risorse per restituire i soldi avuti in prestito (e anche pagare gli interessi che gravano sui prestiti). E questo tranquillizza chi ha prestato soldi allo Stato. Se si stima che il Pil non cresca, si produce l’effetto opposto. Gli investitori non comprano più i titoli del debito del Paese che non è affidabile. Se li hanno, li vendono e scappano da un’altra parte. Come noto, nei Trattati europei (Maastricht) si è stabilito – anche a garanzia dei creditori – che, per i Paesi che fanno parte dell’Unione europea, il debito pubblico non possa superare il 60% del Pil.

È altrettanto noto che, nel caso dell’Italia, questo rapporto va ben oltre questo limite. Il debito pubblico italiano è pari al 133% del Pil italiano (una delle cause maggiori per cui l’Italia, a differenza degli altri Paesi europei con debito pubblico inferiore, non può ricorrere ad altro debito pubblico per fare investimenti, favorendo la crescita economica). Quindi, ben venga (se ci sarà) un aumento del Pil. Ma l’aumento dovrebbe servire per ridurre il debito pubblico, come ci chiede da tempo (inascoltata) l’Europa. Quindi, anche se aumenta il Pil, c’è una ragione forte per preoccuparsi dell’aumento del debito pubblico.

D’altro canto, pur essendosi affermato da tempo questo indicatore del rapporto debito-Pil, gli economisti non sono affatto certi e concordi che gli si possa attribuire un valore assoluto per stabilire lo “stato di salute” di un Paese. Il confronto avviene infatti tra una grandezza certa: il debito, espresso in valore monetario e a una data, e una grandezza incerta, variabile di momento in momento in funzione di fattori oggi – anche per effetto della globalizzazione – quasi sempre non prevedibili nel medio periodo. Si deve aggiungere che il Pil comprende anche la cosiddetta “economia non osservata” i cui valori sono altamente indefiniti (tanto che è l’Istat che li stabilisce annualmente). Fanno parte dell’economia non osservata i redditi non dichiarati, il lavoro irregolare, i fitti in nero e le attività illegali: prostituzione, commercio di droga e contrabbando.

In conclusione, l’ottimismo del Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan continua ad apparire come un bluff. Il debito pubblico rappresenta “soldoni” che vanno comunque pagati; il Pil attese future, incerte e manipolabili (economia non osservata).

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Print this pageEmail this to someoneShare on LinkedIn0

Related posts