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L’occulta staffetta delle clausole di salvaguardia

L’occulta staffetta delle clausole di salvaguardia

di Carlo Manacorda

Ormai sappiamo tutto. La legge di bilancio 2018 è stata approvata, definitivamente, il 23 dicembre. Vale, complessivamente, 27,8 miliardi. Ma, di essi, 15,7 miliardi non sono destinati alla crescita, ma sono congelati (come diremo dopo) per evitare che scattino le famigerate “clausole di salvaguardia”.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 28 dicembre ha firmato il decreto di scioglimento del Parlamento. Nello stesso giorno, il Governo ha approvato il decreto di indizione delle elezioni: si vota il 4 marzo 2018 e il 23 marzo 2018 si terrà la prima riunione delle due Camere. Di lì in poi, dovrebbe formarsi il nuovo Governo. Vista l’aria che tira, oggi nessuno è in grado di prevederne la composizione. C’è però un dato certo. Quale che esso sarà, riceverà dall’attuale il testimone delle “clausole di salvaguardia”, in questo occulto gioco di staffetta che si ripete dal 2011.

Chiariamo. Nel 2011, governa Berlusconi. Il suo Governo è attaccato da più parti in quanto è ritenuto non più in grado di tenere sotto controllo i conti pubblici. Di conseguenza, la sfiducia colpisce tutta l’Italia. Per tranquillizzare i mercati finanziari e i controllori europei dei conti statali, si partoriscono le “clausole di salvaguardia”. In buona sostanza, per il bilancio dello Stato si introducono regole che dovrebbero funzionare come una garanzia. Se i Governi non sono in grado di mantenere i livelli di deficit − a grandi linee, il differenziale tra entrate e spese dello Stato − entro il ben noto limite del 3% rapportato al Prodotto interno lordo, e nella percentuale concordata ogni anno con gli Organi finanziari dell’Unione europea scattano, automaticamente, aumenti delle aliquote Iva e delle accise per riportare tale deficit nel limite da osservare.

Se ciò avvenisse, forse mercati ed Europa si calmerebbero. Non gli italiani per i quali aumenterebbero immediatamente le spese per gli acquisti di beni in quanto gravati da tasse maggiori. Ecco perché le “clausole di salvaguardia” restano scritte nelle leggi dello Stato, ma tutti i Governi, per ragioni di consenso da parte dei cittadini, con trucchetti contabili di raffinata ingegneria politica, hanno preferito neutralizzarle. In ogni caso, parlarne poco. Questo è avvenuto con i Governi Monti e Letta.

Ed anche con i Governi Renzi e Gentiloni. Il Governo Renzi, con la legge 190/2014 (legge di stabilità 2015), ridisegna il quadro delle “clausole di salvaguardia” e le valorizza in 15,1 miliardi per il 2017 e in 19,6 miliardi per il 2018. Se non si trovano queste somme, aumentano Iva e accise. Poi, con i soliti trucchetti contabili (giocare non con soldi reali – maggiori entrate e minori spese – ma sulle percentuali del deficit), riesce a non applicare quelle del 2017.

Arriva il Governo Gentiloni. Anche lui si dà da fare in materia. Con la manovra contenuta nel decreto-legge 50/2017 (legge 96/2017), recupera una parte della somma ipotizzata da Renzi per il 2018 − che resta, pertanto, in piedi solo più per i 15,7 miliardi, ora coperti (apparentemente), come detto prima, nella legge di bilancio 2018 -. Però, con la stessa manovra del decreto-legge 50, proietta le “clausole di salvaguardia” fino al 2020 compreso. Se si superasse la soglia del deficit concordato con l’Europa, le clausole scatterebbero anche nel 2019 e nel 2020. Il loro valore stimato sui dati ora disponibili (v. Il Sole 24 Ore dell’11.12.2017) è di 12,4 miliardi per il 2019 e di 19,2 miliardi per il 2020.

Il Governo che uscirà dalle elezioni riceverà dunque questo poco gradevole testimone da 31,6 miliardi e dovrà darsi da fare (se sarà in grado) per renderlo innocuo. Diversamente, aumenteranno Iva e accise. E’ utile che gli italiani ne conoscano l’esistenza, senza lasciarsi attrarre troppo dai facili imbonimenti che “tutto va bene”, da chiunque provengano.

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