"Fare tutto il possibile per salvare, con grande senso di responsabilità, i posti di lavoro in pericolo e far crescere l'occupazione nelle aree in crisi, in particolare in realtà difficili come Termini Imerese e Portovesme". Sono le parole con cui, domenica 31 gennaio, Benedetto XVI ha catturato l'attenzione della stampa e suscitato la speranza dei lavoratori che in piazza San Pietro sollecitavano il suo intervento. Termini Imerese, Portovesme: i nomi della sofferenza. Non più le abituali esortazioni al buonismo universale. Finalmente parole con indirizzo, pratica inusuale nella verbosità ecclesiastica. Il giorno precedente, anche monsignor Crociata, segretario della CEI, aveva espresso l'incoraggiamento dei vescovi "perché il lavoro sia mantenuto e accresciuto". Esortazione ripresa dal papa, ma con l'ispirazione di indicarvi la destinazione. Sarà, forse, il segnale che la chiesa voglia scollarsi dal mondo degli 'universali' per incarnarsi nella concreta 'singolarità' della vicenda umana, lei che predica il Dio incarnato? Ma il 'Dio incarnato' è finito in croce! Gli universali non creano questo pericolo.
Nessun dubbio che la chiesa faccia la carità. L'Avvenire ricorda spesso le varie iniziative avviate in questo momento critico dell'economia. E' ciò che la gente si attende dalla massa di denaro che in mille rivoli e rivoletti giunge alle casse ecclesiastiche. La 'carità cristiana', però, non può trasformarsi in una forma di risarcimento che una società definita 'cristiana', opera per cancellare il proprio peccato di permanente ingiustizia distributiva. Una specie di condono cristiano! Una chiesa che si dichiara testimone e permanente presenza del Verbo incarnato, non può sfuggire l'incarnazione ed accontentarsi del Verbo. Or non è molto, ad un altro Angelus, Benedetto XVI affermava che la speranza del cristiano non sta nelle previsioni economiche, "ma nel Dio che in Gesù ha rivelato la sua volontà di stare con l'uomo, di condividere la sua storia". Condividerne la storia vuol dire essere con lui soggetto tra soggetti, sporcarsi le mani, non vederla scorrere appollaiati su un ramo da cui ammonire e giudicare.
Parlando, nello scorso novembre, all'associazione Cor unum, papa Ratzinger asseriva che "la carità appartiene alla natura della chiesa". E perché non la giustizia? Il cardinale Martini nel suo Conversazioni notturne a Gerusalemme sosteneva senza incertezze che il peccato del mondo è l'ingiustizia. Concetto su cui è ritornato in una recente conversazione con Eugenio Scalfari (La Repubblica, 2 febbraio). "L'eguaglianza continua ad essere violata in dosi massicce... Può essere che la chiesa non denunci con forza sufficiente... La chiesa è anche diplomazia... Il fine dev'essere inverare la parola di Cristo: gli ultimi saranno i primi, beati i poveri, i diseredati, i deboli. Sicuramente lo saranno (nell'al di là), ma il nostro compito è affrettare i tempi, magari rompendo i timpani ai potenti... privando i cristiani che non fanno tutto il possibile dell'appoggio della chiesa".
Ora succede tutto il contrario. La chiesa ringhia ai potenti quando si tratta dei propri privilegi e valori irrinunciabili, incitando alla lotta i fondamentalisti cattolici in Parlamento. Quando si tratta di giustizia, emette timidi belati, mentre i suoi uomini nelle istituzioni indagano sulle compatibilità economiche per gli altri e concedono a sé compensi, benefici, privilegi e sprechi che sottraggono grande ricchezza alla redistribuzione sociale. Né sentono vergogna o rimorsi altre falangi di autoproclamantisi cristiani che dalla loro attività manageriale, artistica, sportiva, ecc., traggono retribuzioni immeritate e immotivate, disumane in una società dove la disperazione economica è in continuo aumento. In Italia il 10% della popolazione detiene il 40% della ricchezza. Livello quasi da terzo mondo. Certo nella piena legalità, che, però, la chiesa vorrebbe fondata sulla moralità. Come mai la sua è così rigida nelle faccende dell'inguine e così 'liberale' nel campo sociale? Al punto che quando qualche vescovo o prete vi è troppo impegnato, lo rimuove per non rovinare le buone relazioni col potere. Altro che incarnarsi nei poveri!
Dice Martini: "La chiesa è anche diplomazia". Non sul modello di Gesù. Certo la chiesa ha le mense a cui oggi siedono persone private non solo del 'giusto' salario, ma del posto di lavoro garantito costituzionalmente. Così la carità apre le porte del Paradiso e non chiude quelle del mammona iniquitatis che la diplomazia provvede. Altri tempi quando si gridava alla sottrazione della "giusta mercede agli operai" come "peccato che grida vendetta contro Dio"!




Il peccato del mondo





Commenti