di Vittorino Merinas
Quando si pronuncia chiesa nella mente appare uno spettro di colori che vanno dal nero al violaceo al rosso per culminare nel bianco. Sono i colori che avvolgono e denotano la scala gerarchica cattolica. Quelli che contano veramente, che parlano, celebrano i riti e amministrano i sacramenti e... la borsa. Questo concetto di chiesa, però, non corrisponde né alla dottrina né alla realtà. Secondo la teologia essa è il popolo di Dio nella sua totalità; nella realtà è molto più ricca, variegata, vivace ed anche contraddittoria di quanto suggerisca lo spettro colorato.
L'errore nasce dal fatto che mentre la parte colorata ha voce, l'altra ne è privata. La prima domina il palcoscenico e padroneggia il microfono, la seconda sta sotto, chiede la parola e si dimena, ma pochi la sentono e la vedono. Contrapposizione lunga secoli, ma che in questi ultimi cinquant'anni ha assunto forte visibilità. Il concilio Vaticano II dichiarando la chiesa popolo di Dio, ha restituito dignità a tutti i credenti, stimolandoli ad una presenza attiva di diritto, compartecipi nell'elaborazione della fede e corresponsabili del suo annuncio. E' nella totalità vivente della chiesa che la fede ha le radici e si sviluppa. E' essa che deve trovare le forme ed il linguaggio che la rendono comprensibile agli uomini d'ogni tempo e cultura. Lì il magistero attinge la fede; non la elabora in autonomia. Sono principi teologici ravvivati dal concilio, che hanno trovato un'accoglienza liberatrice, entusiasta e generosa in chi già sentiva d'essere qualcosa di più d'un numero nel gregge
Altra l'accoglienza nei gradini alti della gerarchia. Difficile lasciarsi alle spalle secoli di dominio così incontrastato e routinario da apparire quasi dogma. L'incertezza di Paolo VI nell'avviare un percorso di riforme secondo le indicazioni conciliari, divenne, nei suoi successori, impegno a contrastarne la carica innovativa, promuovendo organismi nuovi nel nome, ma operativamente conservatori. Il fervore della riflessione teologica nato dal concilio fu minutamente controllato e furono falcidiati i suoi alfieri. Teologi richiamati all'obbedienza, privati delle loro cattedre o ridotti forzatamente allo stato laicale. Emarginati preti portavoce delle richieste di rinnovamento e operatori di esperienze pastorali d'avanguardia. Ignorati e contrastati gruppi e movimenti critici. Lentamente tutto silenziato e lasciato all'opera demolitrice del tempo.
La forza viva del concilio, però, resiste, nonostante i suoi cinquant'anni, nella voce di chi, preti e laici, sempre più sente e soffre l'inadeguatezza della chiesa ai bisogni della contemporaneità, invano occultata dal profluvio di parole auto-celebrative che la gerarchia riversa. Le parole non cancellano l'evidenza dei fatti che recenti indagini demoscopiche hanno confermato. Un muro crepo tale rimane anche se continuamente ritinteggiato.
Coloro che palesano la gravità della situazione sono tanti e ovunque, ma soffocati. Chi sa di teologi che denunciano una teologia lontana dalle urgenze, dai bisogni, dalle oppressioni della società contemporanea? Chi conosce l'appello di sacerdoti a ripensare il rapporto tra magistero e teologia, i valori veramente non negoziabili, cosa significhi una "chiesa povera, umile, sobria, essenziale, libera da ogni avidità" e che paghi le tasse, il celibato dei preti, l'ordinazione delle donne, il maschilismo dominante, la laicità in politica?
Queste voci critiche sono inudibili dal popolo di Dio e difficilmente correlabili tra loro così da sviluppare confronti e dibattiti propositivi, formare un'opinione pubblica che si misuri con l'unica monocorde opinione gerarchica. Voci povere di mezzi di comunicazione, tutti nelle mani e gestiti dall'episcopato. Modesti ed insufficienti i loro strumenti di collegamento. Televisioni, quotidiani, fogli locali sono sotto stretto controllo. I dissenzienti non vi trovano spazio. La vivacità della base e la sua ricchezza propositiva è inascoltata. E la chiesa papale e gerarchica naviga sì e s'affaccenda, ma non convince e poco conquista, ignara com'è del tempo e dei suoi cambiamenti. Più che popolo di credenti ricco d'un fermento fecondo per la società, essa è un dominio infecondo d'una sacra casta chiusa in sé ed autocratica. Tronco quasi fossilizzato di radici sempre vive.