di Francesco Salinas
Un confronto che si è fatto scontro
Non c'era bisogno di attendere le reazioni all'ultima manifestazione torinese per comprendere che la questione Tav è giunta ad assumere un rilievo mediatico nazionale. Una risonanza che ha da tempo sacrificato sull'altare della semplificazione - che è l'ingrediente base della notizia trasmessa su televisioni, rete, social network - quel senso profondo della politica, che risiede nella comprensione della complessità dei temi e nella ricerca delle soluzioni.
Il confronto tra i si e i no ormai è passato non più solo metaforicamente allo scontro. E, nella perfetta logica dello scontro, le singole parti non sembrano concepire altra soluzione dalla scomparsa dalla scena della posizione contrapposta, in una parodia di dialogo che è in realtà una ininterrotta contrapposizione di ragioni che non si vogliono intendere.
Per un dibattito costruttivo
Tra le proposizioni assertive degli uni e quelle degli altri vi è una componente non piccola della società che dal dibattito pubblico si aspetterebbe qualcosa di più, e che non si trova più pienamente rappresentata da nessuna delle posizioni in causa.
Parliamo di una sensibilità diffusa, ma orfana di rappresentanza in questo dibattito; legata ad una idea di riformismo inteso come approccio realista ai problemi che non dimentica i valori, come capacità di ricercare il bene comune sapendo anche assumere scelte impopolari, che è una cosa ben diversa da quella declinazione del concetto, diffusa in tempi recenti, per cui riformismo significa realizzare il bene comune solo se si fanno scelte impopolari.
Un insieme di persone per cui la politica, intesa sistema complesso di selezione ed assunzione delle scelte, non possa trascurare alcuni elementari principi, come l'idea che sviluppare le vie di comunicazione a livello europeo sia uno strumento di rilancio per l'economia, soprattutto nei periodi di crisi. Che, per arginare l'Europa delle speculazioni finanziarie, si debba quantomeno non chiudere le porte a quella del commercio e delle vie di comunicazione. Che le infrastrutture per il trasporto su ferro siano sistematicamente e strutturalmente preferibili a quelle per il trasporto su gomma. Che la forza dei cittadini non aumenti, se non solo apparentemente, quando si giunge ad accettare il principio che si possa impedire con la forza ciò che è stato democraticamente deciso. Che ritiene il coinvolgimento dei cittadini nelle scelte pubbliche sulle grandi opere un'opzione irrinunciabile, a patto che sussistano i meccanismi democratici perché una decisione venga alla fine assunta.
La mancanza di una visione di insieme
Se si volesse ricostruire una geografia del dibattito sulle grandi e medie opere nel nostro paese il risultato non sarebbe confortante. In Val Susa la situazione è nota. Ad un certo punto, i No Tav hanno salutato come un successo la presa di posizione del presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando, che aveva affermato l'inutilità della Tav in Val Susa a fronte della necessità della grande opera che collegherebbe la Liguria al corridoio europeo nord-sud. Se non che, in Liguria il fronte di opposizione al Terzo Valico è costituito sostanzialmente dagli stessi soggetti politici che si oppongono alla Tav in Val Susa, con molti argomenti simili a quelli dei No Tav valsusini. Percorrendo l'arco alpino tra Val Susa e Genova, non è raro però imbattersi in situazioni come quelle della Valle Stura, martoriata da un ininterrotto passaggio di Tir, che percorrono le più economiche statali per raggiungere la Francia. In uno dei paesi della valle la scorsa estate si poteva leggere esposto ad un balcone uno striscione con la scritta "Si Tav, No Tir".
Per molti il carattere manicheo del dibattito "Si Tav contro No Tav", insomma, non riesce a dare una risposta esaustiva al problema concreto di coniugare politica delle infrastrutture, sviluppo ed ambiente. Si avverte l'assenza di una riflessione politica sul governo dell'economia del territorio, nel senso più ampio.
Un riformismo autorevole, che sappia essere "popolare"
Un riformismo autorevole non dovrebbe provare timore nel confrontarsi con le idee di chi lo contesta, ma potrebbe rafforzarsi recependole e filtrandole. Il richiamo ai costi eccessivi dell'opera, da sempre sollevato dai No Tav, così come a quelli relativi all'impatto ambientale, si sono rivelate osservazioni tutt'altro che peregrine, se dal progetto originario, difeso a spada tratta dai Sì Tav con gli stessi argomenti con cui viene difeso quello attuale, e si è passati dopo l'esperienza dell'Osservatorio ad un progetto sensibilmente ridimensionato e razionalizzato, in questi giorni ad un nuovo progetto, ulteriormente modificato che assume forma ufficiale come progetto 'low cost' (nome mediatico, che parla abbastanza chiaro).
Eppure, oggi, la disamina critica dei progetti sul piatto - fatta non per impedirli pregiudizialmente ma per realizzarli con le migliori condizioni di efficacia e riduzione dei costi economici ed ambientali - non sembra un tema affrontato da coloro che sono favorevoli all'opera.
La fiammata del F.A.R.E., ormai malinconicamente scivolata fuori dall'agenda politica, aveva fatto sperare in nuove, più razionali ed inclusive modalità di decisione collettiva. Allo stato attuale invece la discussione sul nodo torinese, priva di attrattiva mediatica per le parti in causa, non è oggetto di analisi ed approfondimento. Eppure affrontare questo tema avrebbe significato sciogliere alcuni punti d'attrito, verificando le effettive necessità tecniche della linea in Val Susa in un momento successivo alla risoluzione delle preliminari questioni legate del nodo metropolitano.
Il ruolo non giocato dalla politica
Infine, si stenta a capire come mai in tutti questi anni, nessuno (e nessun partito) abbia voluto affrontare seriamente il tema a partire dalla testa, ossia quella Legge Obiettivo, tristemente isolata nel panorama europeo, che rappresenta forse il manifesto maggiormente esemplificativo di dieci anni di opaca legislazione 'speciale' berlusconiana. Una legge che non prevede forme di selezione concorsuale (e quindi qualitativa) dei progetti, non prevede valutazioni delle ricadute economiche e quindi dell'efficacia dei progetti, che ignora le forme di coinvolgimento della cittadinanza nelle scelte strategiche sulle infrastrutture comunemente adottate in tutti i paesi europei (lo stesso osservatorio nacque in via straordinaria in una situazione di crisi, per iniziativa della Provincia di Torino, e ha scontato nel suo percorso la natura 'eccezionale' della sua costituzione) e che pertanto, in ultima istanza, è destinata a generare ed alimentare battaglie ideologiche, sprechi, procedure oscure, più che analisi razionali del bisogno di infrastrutture negli ambiti tracciati da una legge chiara ed efficiente.
Insomma, il sovraccarico simbolico della 'battaglia di Chiomonte' rischia di non lasciare, sul campo, nessun vincitore.
Nel dibattito sulle infrastrutture si sente come non mai il bisogno di una voce capace di abbandonare lo scontro muscolare e affrontare, come si diceva un tempo, il problema a partire dal 'legno storto', ossia senza scorciatoie, affrontando la realtà in tutte le sue sfaccettature e facendosi carico della sua complessità.
Anche sulla Tav c'è bisogno che si torni a parlare la lingua perduta dei riformisti.