di Igor Staglianò
L'idea gli è venuta nei giorni più cupi di Napoli, quando l'immondizia arrivava ai primi piani della case. E, con uno scarto di fantasia tipica dei campani più estrosi, la vergogna per i giudizi stranieri Aldo Savarese tre anni fa la mutò in iniziativa economica. «Macero campano» è diventato, così, un marchio ecologico al posto di un'infamia mondiale, «riciclando il cartone abbandonato nelle strade della regione, la nostra foresta urbana, senza abbattere neanche un albero», sottolinea Savarese.
«Il 'Carbon trust' (ente di controllo internazionale con sede a Londra, ndr) ha certificato che Sabox, tra il 2009 e il 2010, ha realizzato un taglio delle proprie emissioni di Co2 del 19,2%. Più precisamente, il riciclato consente di ridurre dell'87% i consumi idrici e del 37% i consumi di energia elettrica», mi dice davanti a slides dettagliatissime Vito Francese, giovane ingegnere chimico che lavora nello stabilimento di Nocera Superiore.
L'ambizione di Savarese, visionario concreto e capitano di lungo corso (da giovane ha comandato navi commerciali), è di fare del «green box» un filo verde della filiera agroalimentare campana. Muovendosi sui due binari principali della cucina italiana: la pasta e il pomodoro. E la sua azienda fornisce oggi contenitori in cartone riciclato ai pastai e ai conservieri salernitani, trainando un modello di eco sostenibilità produttiva.
«Attraverso i nostri agronomi, monitoriamo con gli agricoltori che ci sia un uso quanto più limitato possibile anche di fitofarmaci in agricoltura. Per cercare di avere un impatto ambientale sempre minore», mi dice Antonio Ferraioli, amministratore delegato del Gruppo La Doria, leader nazionale dei conservieri italiani. E l'ingegnere elettrotecnico Raffaele Ariete aggiunge, davanti ai monitor di controllo delle linee di lavorazione ad Angri: «Abbiamo un impianto di cogenerazione che attualmente sta producendo 2800 kilowatt. Come potete vedere, è pari, più o meno, al consumo istantaneo dello stabilimento. Quindi, dal punto di vista energetico, siamo autosufficienti».
Anche fra i pastai di Gragnano la piccola «rivoluzione verde» del «green box» allarga il suo spazio e la sua influenza negli stabilimenti industriali che trasformano farina e acqua in pasta da scodellare in tavola. «Il primo punto, quando vogliamo produrre la nostra pasta, è di fare la migliore pasta del mondo», mi dice Massimo Menna. «E per fare la pasta migliore del mondo ci vuole la migliore materia prima del mondo. Quindi noi ogni anno cerchiamo, nel mondo, la migliore materia prima. Senza confini», calca la voce sulle ultime due parole il presidente del Pastificio Garofalo.
L'idea di ripartire col grano duro locale, per alimentare una filiera della pasta italiana — se ne producono tre milioni di tonnellate all'anno — a Gragnano la giudicano irrealistica. E contraddittoria con un prodotto made in Italy che esporta il 75% sui mercati del mondo. «Sicuramente, per un'azienda votata all'export come noi, dobbiamo sperare che i nostri clienti d'oltreoceano non vogliano praticare il chilometro zero», aggiunge con un intelligente sorriso Sergio De Gennaro, responsabile Qualità del pastificio.
Un chilometro zero praticabile, invece, con successo dalla rete dei produttori di pomodoro del «piennolo» attorno al Vesuvio, «una varietà autoctona coltivata senz'acqua», mi spiega Riccardo Riccardi, ricercatore Eureco, ex Cirio. Sparsa in piccoli appezzamenti di terra, «la coltivazione del "piennolo vesuviano" conserva il territorio, ne aiuta la manutenzione, preserva il paesaggio», specifica Giovanni Marino, presidente del «Consorzio Nuova agricoltura». E dà da vivere a tre-quattromila famiglie, più che Marchionne alla Fiat di Pomigliano, per intenderci.
«Capitan Savarese» raccoglie, intanto, premi nazionali e internazionali — l'ultimo del presidente Napolitano —, e guarda già oltre, progettando un eco-distretto produttivo. Con un gruppo di giovani ingegneri e designers diversifica il mercato di «Macero campano» sfornando graziosi arredi di cartone. E sbalordisce, da Nocera Superiore, persino un periodico di Wall Street come «Boomberg Business Week». Se il premier Monti e il ministro Passera pensano davvero a rilanciare lo sviluppo economico (e non solo a tagliare fondi e diritti acquisiti), in queste esperienze produttive — costruite senza chiedere soldi pubblici — troveranno più di uno spunto per il loro lavoro. E anche qualche buon motivo di speranza per il nostro paese.