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Terrorismo in Valsusa. Una storia già vista

Terrorismo in Valsusa. Una storia già vista

Corsi e ricorsi storici teorizzava il filosofo Giambattista Vico nella convinzione ciclica del tempo. Certo oggi il suo pensiero risulta quanto mai attuale. Almeno se si guarda all’operato della magistratura torinese in merito al lavoro fatto sul movimento No Tav.
Era prevedibile. Il potere non ha fantasie, direbbe qualcuno. E così a ripercorrere la storia della lotta del movimento che si oppone all’alta velocità in Valsusa certe cose non tornano o meglio tornano troppo per la loro simmetria.
Ma andiamo con ordine.
In un documento redatto da Mario Frisetti detto “Schizzo” e Tobia Imperato, due volti noti (storici, verrebbe da dire) dell’anarchia torinese, l’8 ottobre 2013 e presentato il 12 novembre, insieme ad Alberto Perino, esponente di spicco del movimento No Tav, viene “predetto” quanto sarebbe avvenuto neanche un mese dopo: ovvero che si preparava una vasta operazione che avrebbe portato all’arresto, con la pesante accusa di terrorismo, di qualcuno legato alla lotta all’Alta Velocità.
È così è stato: in quattro, Chiara, Claudio, Mattia, Niccolò, vengono arrestati il 9 dicembre con la pesantissima accusa di terrorismo, per aver partecipato ad un assalto alle reti del cantiere di Chiomonte il 13 maggio 2013.
Da notare che durante “l’attacco” viene danneggiato un compressore, ma non ci sono vittime.
Terrorismo, come detto, quella che Frisetti e Imperato definiscono la «misura decisiva», «la sgangherata montatura giudiziaria» che deve «ancora venire anche se già ne possiamo intravedere le avvisaglie», «ai danni del movimento».
Un’analisi, quella dei due anarchici, che ripercorre la storia evidenziando «forti analogie con quanto è successo a Torino più di 15 anni fa», quando vennero arrestati Silvano Pelissero, Edoardo Massari e Maria Soledad Rosas, accusati di far parte di un gruppo terrorista, “Lupi Grigi”.
Bisogna ammettere che le analogie sono molte, sia per quanto riguarda il lavoro investigativo e i risultati della magistratura. Tanti piccoli tasselli funzionali alla costruzione e alla messa in atto di un sistema repressivo.
Ricostruiamo questa sinossi storica, facendo ben attenzione a non perderci nel labirinto, che visto dall’alto può rappresentare il vecchio schema Stato-Servizi Segreti-Criminalità Organizzata che ha reso oscura la notte, come spesso viene definita, della nostra Repubblica. E la vicenda di Silvano, Sole e Baleno fa senza dubbio parte di uno dei tanti misteri che soffocano le menti degli italiani.
Lo scenario è lo stesso: la Val di Susa. Quella delle grotte con le armi di Gladio, quella di un’armeria dove le pistole entrano ed escono senza registro, quella dove ci sono veri o presunti agenti segreti. Quella della Sitaf, delle cimici. Ma sopratutto quella della mafia calabrese: la ‘ndrangheta. Le ‘ndrine dei vari don qui sono di casa. Perché sul tavolo è arrivato un ricco spuntino: il Treno ad Alta Velocità.
Stagione 96-97: il movimento No Tav emette i primi vagiti. Non c’è ancora la massa. Si cerca ancora di capire. Intanto però per evocare il macabro spettro del terrorismo ecco che i magistrati s’interessano a quei «piccoli sabotaggi», che si mischiano, come disse qualcuno all’epoca, «a vere e proprie azioni degne della Gia algerina».
I giornali incominciano a parlare, a scrivere e fare l’elenco. I capiredattori chiedono quotidianamente che sulle loro scrivanie ci sia “il clima di terrore che si vive in Val di Susa”.
In tutto dovrebbero essere una dozzina di attentati in valle, compresa una fucilata a un ripetitore della Telecom, una molotov lanciata in una chiesetta abbandonata, che stranamente vengono accorpate a una bombola di gas messa sulle rotaie, a del tritolo in una galleria. Insomma c’è tanto caos in valle. Ma non, a quanto pare, nelle menti degli inquirenti, che hanno già uno schema ben preciso, dove non viene contemplata la mafia o la lotta per accaparrarsi una fetta della ricca torta Tav. Piuttosto meglio cercare gli autori degli “attentati” tra chi sta incominciando ad opporsi all’opera.
Chi segue le vicende, certi cronisti soprattutto, notano che qualcosa non va in quanto esce dagli ambienti giudiziari. Non solo. Proprio in quei mesi un documento particolare viene consegnato a una radio. Si parla del Raggruppamento Operativo Speciale, i Ros dei carabinieri. Il dossier racconta di come siano abili, più che nell’investigare, nel costruire prove. Nel creare a tavolino il nemico adatto.
Le inchieste in valle, seguite passo per passo dai Ros, finiscono puntualmente sui tavolo dei pm Maurizio Laudi e Marcello Tatangelo.
Ci sono elementi, secondo l’accusa per ipotizzare l’esistenza di un gruppo terrorista.
Mesi e mesi prima un giornalista locale, che probabilmente sapeva leggere quanto stava avvenendo, dice che prima o poi verrà incastrato qualcuno che non c’entra nulla.
Il 5 marzo 1998 scatta il blitz: in manette finiscono i tre anarchici Edoardo Massari (Baleno), Maria Soledad Rosas (Sole) e Silvano Pelissero. Le case occupate vengono rivoltate come un calzino e si apre ufficialmente la stagione degli squatter. Il termine che diventerà talmente noto all’opinione pubblica da finire addirittura dentro i dizionari italiani.
Baleno si sucida l’8 marzo. Poco chiare le dinamiche. Qualcuno solleva dubbi, anche perché i suicidi degli anarchici spesso, nella storia del nostro Paese non si sono poi rivelati tali.
A Torino scoppia la rivolta. Pochi mesi dopo, l’11 luglio, anche Sole si toglie la vita, anche lei con dinamiche mai chiarite.
L’accusa nei confronti di Sole, Edo e Silvano venne ridimensionata dalla Cassazione, troppo tardi, perché «non vi erano elementi per ipotizzare reati di tipo terroristico».
«I Ros – si legge ancora nel documento di Frisetti e Imperato – dichiararono cinicamente che a loro bastava che il procedimento arrivasse in Cassazione». Le stesse parole che oggi la Digos ripete come un mantra: «Tanto l’accusa di terrorismo cadrà in sede giudiziaria». Gli unici Lupi Grigi esistenti nel mondo restano quelli di estrema destra turchi.
Oggi in valle esiste un grosso movimento, che allora probabilmente sarebbe sceso in piazza per la liberazione dei tre, come sta avvenendo per Chiara, Claudio Mattia e Niccolò.
Ma ci sono ancora “attentati”, almeno così dicono: le ditte che lavorano per il Tav denunciano di essere prese di mira dal movimento che gli incendierebbe i macchinari.
Si parla di sabotaggi, ma anche di qualche ditta con l’acqua alla gola a cui non dispiacerebbe il premio dell’assicurazione.
«Anche allora comunissimi petardi vennero presentati dai periti di Laudi e del suo scudiero Marcello Tatangelo come origini micidiali», si legge ancora nel documento di Frisetti e Imperato. Anche qui il parallelismo è lampante: ci si ritrova a ripensare all’ormai celebre “santabarbara” ritrovata nell’automobile di due attivisti arrestati. Cinque minuti dopo la cattura una giornalista di Repubblica aveva subito descritto il trasporto come un mix esplosivo. Cento bombe carta scrisse. In realtà vennero ritrovati solo una scatola di raudi. Una sorta di miracolo insomma in cui le prove si modificano per costruire minuziosamente il ritratto spettrale del terrorista. Ma per fare ciò, per instillare nella mente della gente il pericolo, come una sorta di vaccino veniva riproposta, ieri come oggi, il mantra «rimbecillente» e ipnotizzante che questi «attentati sono terrorismo ed eversione». Alla fine a furia di ripeterle uno ci crede: colpire gli oggetti è terrorismo, ad esempio. E il gioco è fatto.
Ciliegina sulla torta, per rendere spaventoso il “terrorista No Tav”, arriva la «bomba-pacco» (e attenzione non il pacco bomba) perché non funziona, non esplode mai, però fa tanta paura perché “poteva uccidere”. Un gioiellino per la macchina della deviazione perché serve a demonizzare «tutta l’area a cui viene attribuita», come evidenziano Frisetti e Imperato.
Ma andiamo avanti perché il documento dei due anarchici torinesi si snoda proprio nell’analisi della storia, una storia già vista, come detto. Come gli squatter alla fine degli anni Novanta erano passati da teppisti a terroristi, così ora i No Tav passano dalla lotta nonviolenta al terrorismo. Il finale è sempre lo stesso, qualsiasi sia il punto di partenza.
Proprio per arrivare a questa acme (il terrorismo) la magistratura, i media e compagnia cantante devono accanirsi, eseguendo «una clamorosa raffica di arresti» proprio con questo gravissimo capo d’imputazione per far «diventare vero ciò che è falso». E in questa foga repressiva si «arresteranno persone estranee ai fatti», l’importante è che abbiano un «bel curriculum conforme alle accuse». Proprio come era stato per Sole, Baleno e Pelissero che avevano già fantasiose quanto stiracchiate condanne per armi ed esplosivi.
Anche l’identikit dei quattro è perfetto: in fondo sono anarco-insurrezionalisti, in fondo si sono aperti la cella da soli.
Il perfetto capro espiatorio, «vittime sacrificali, non reali colpevoli» che servono ai magistrati «per confermare le proprie tesi accusatorie esibite come spettacolo dai media». Una sorta di Thruman Show, di Grande Fratello del Terrorista che rivolta e sbatte sulle prime pagine le vite dei prescelti per massacrare e cercare di fermare la lotta di un movimento troppo scomodo perché mette i bastoni tra le ruote a un sistema che vuole costruire opere inutili per curare e rimpinguare gli interessi dei singoli. Interessi talmente grandi da costringere uno stato a dispiegare le sue forze militari per riuscire a realizzare il Tav.
E dunque si alza il tiro. Da accuse “normali” a quelle per terrorismo per arrivare al motto, molto utilizzato nel 98, “isolate i violenti” per dividere i brutti dai belli del movimento e i cattivi dai buoni, come avvenne con i disobbedienti dopo Genova 2001. Un tentativo quantomai goffo, soprattutto come ha dimostrato la massiccia adesione alla manifestazione del 10 maggio a Torino per rivendicare che “siamo tutti terroristi” e che il movimento No Tav non si divide.
Bisogna zittire il dissenso. “A nosotros nos quieren muertos porque somos sus enemigos y no les servimos para nada porque no somos sus esclavos” (Ci vogliono morti perché siamo i loro nemici e non sanno che farsene di noi perché non siamo i loro schiavi) scriveva Soledad.
Ma se il popolo è unito non può essere asservito e tantomeno fermato, questo dimostra il movimento il No Tav.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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