Dobbiamo trovare il coraggio e l’umiltà di ripartire da quella Piazza Castello colma di gente accorsa a difendere la Costituzione, e ripartire da quel coro, “Unità”, scandito a squarciagola. In questo momento delicato la gente ci chiede unità, certo, ma non solo: ci chiede di dar vita a una alternativa credibile alla cinica propapaganda dei signori della guerra tra poveri, una alternativa in grado di contrastare derive autoritarie e utopie suicide.

Non ci chiede di ripartire dall’ennesimo cartello elettorale costruito a tavolino col pallottoliere in mano, ma di dare il via a un progetto culturale, sociale, politico, davvero innovativo e coeso in grado di portarci verso un unico obiettivo: il bene comune. Un progetto politico che ci permetta di uscire dalla marginalità in cui siamo precipitati. Per farlo abbiamo bisogno di annusare il clima, sentire sulla pelle le tensioni sociali, testare lo stato di salute della nostra democrazia: ne abbiamo bisogno per elaborare strategie nuove e per formulare risposte valide. Dobbiamo guardare al futuro in coraggiosa e lungimirante discontinuità con il passato.

Insomma, bisogna mettere da parte ogni tatticismo e concentrarci sulla costruzione  di  un’alleanza allargata, aperta, “capace di opporsi ai sovranismi, agli antieuropeisti e in grado di rassicurare i mercati, in grado di parlare di lavoro, diritti, equità sociale.  Una “casa” in cui accogliere quei cittadini disorientati, delusi, spaventati dall’imbarbarimento della discussione politica: il cambio di marcia è tutto qui. Non amo prendere in prestito parole e formule dal linguaggio bellico: fronte, trincea sono termini che ci pongono in una fase difensiva, di perenne scontro. Noi dobbiamo includere, ascoltare, elaborare.  Serve, insomma, parlare di una nuova alleanza, riformista, coraggiosa  plasmata sui programmi e sulle esigenze dei cittadini. Un tassello importante di questa nuova alleanza è il patto generazionale.

Attenzione: patto generazionale, non altro. Perché se si pensa di affrontare la questione del ricambio generazionale secondo il classico “i figli che accoltellano i padri” siamo totalmente fuori strada. Tutto passa attraverso il patto generazionale che non significa patto tra pari età per scacciare, o meglio, rimpiazzare qualcuno: questa è becera rottamazione. Va detto, a onore del vero, che siamo poco abituati ai cambiamenti, ci siamo più facilmente abituati a navigare all’ombra fino al momento dell’investitura. Così un vero e proprio passaggio di staffetta è diventato merce rara. Ma la reiterata mancanza di coraggio, diventata fatalmente mancanza di prospettiva, ha finito per infrangere il patto generazionale alla base di ogni sano avvicendamento. L’assenza di analisi e di elaborazione hanno poi contribuito a paralizzare ogni tipo di confronto tra generazioni, svilendo inevitabilmente le opportunità di guardare al futuro. Il Presidente Chiamparino ha dimostrato più di tutti di saper di cogliere il senso di questa fase storica: ha posto le basi per una nuova alleanza, ha sottolineato la necessità di rimarcare con forza le discontinuità di cui abbiamo bisogno (nelle forme, nelle modalità, nei contenuti) e, di pari passo alla sua disponibilità a rimettersi in campo per sostenere in prima persona un simile disegno, ha anche aperto le porte alla eventualità di agevolare, in vista delle regionali, il ricambio generazionale sulla base di un progetto condiviso e non lacerante. È una opportunità da cogliere al volo, un messaggio forte e chiaro. Sta al Partito adesso coglierne l’essenza più genuina. So benissimo che dietro a molti che rivendicano spazi solo in base all’età senza sforzarsi di richiamare in causa la necessità di rinsaldare questo patto generazionale, c’è solo  una banale ansia da prestazione sollecitata dalle sirene di incarichi sempre più nuovi e più prestigiosi.

Eppure, mi sento di dire che nel nostro Partito c’è chi può interpretare meglio di altri queste sensibilità questo sforzo generazionale, senza scadere nel cliché del nuovo che avanza: facce, storie, valori, tracce di una militanza, di una classe dirigente matura e finalmente pronta a mettersi in gioco. Perché non era e non è solo una questione di età: fai la differenza solo “se hai un progetto, se collochi la tua proposta politica nella dimensione giusta. Se trovi il coraggio di cambiare le carte in tavola, se trovi la forza di assumerti le tue responsabilità”