Il 3 ottobre scorso Sandro Mazzinghi ha compiuto 80 anni. Una cifra tonda per un campione a tutto tondo, leale verso se stesso e il pubblico del ring, che ha saputo entusiasmare nei combattimenti tra le dodici corde.

Sandro Mazzinghi, toscano di Pontedera, è stato per definizione un autentico guerriero del ring, uno dei campioni di razza con cui la boxe italiana ha scritto dal secondo dopoguerra fino agli anni Settanta e Ottanta pagine emozionanti e fantastiche in Europa e nel Mondo.

Ed è stato il personaggio insieme al suo coetaneo Nino Benvenuti, che ha riportato il senso della rivalità nella boxe. Una rivalità che si specchiò anche nella divisione politica esistente all’epoca nel Paese. Del suo rivale Nino Benvenuti, elegante e “bello”, istriano diventato triestino, erano note le simpatie di destra, non certo estranee alle sue origini. Mazzinghi, sanguigno e a volte scomposto nei corpo a corpo, era “il rosso” per antonomasia. Nel 1965, quando incrociarono per la prima volta i guantoni, l’Italia si divise, come ai tempi di Fausto Coppi e Gino Bartali, il primo forse vagamente di sinistra per le sue vicissitudini familiari controcorrente, l’altro testimone dei valori cattolici e forte di una fede che l’aveva portato a salvare gli ebrei dai nazisti.

Mazzinghi perse sia il primo, sia l’incontro di rivincita per la corona dei superwelters in palio. Ma nel cuore dell’altra metà dell’Italia rimase sempre il più vero, il più ricco di umanità, con una volontà che tre anni più tardi l’avrebbe portato a riprendersi il titolo dalle mani del coriaceo coreano Kim Ki-Soo che Benvenuti aveva lasciato a Seul nel 1966. Il ricordo più nitido di quella stagione sono le tappe di avvicinamento di Mazzinghi al match che si disputò il 26 maggio del 1968 a San Siro, davanti ad almeno 60 mila spettatori. Nell’ultimo test, ad aprile, incontrò un onesto perditore americano con un nome, Cassidy, più da cow-boy predestinato ai rodei che alla boxe. Sandro Mazzinghi, feroce come non mai, non gli diede tempo né di giocare al rodeo, né di ripassare i fondamentali della boxe: lo stese in poche riprese.

Con Kim Ki-Soo le cose invece andarono per le lunghe, dopo l’iniziale sensazione che anche il coreano potesse andare a letto prima della 15 riprese. Ma Kim era di ferro e Sandro Mazzinghi più lo colpiva e più il suo stesso volto rimaneva scheggiato. Alla fine, entrambi lasciarono su quel quadrato un pezzo corposo del proprio futuro prossimo. Quello del guerriero si polverizzò subito, già  nell’ottobre successivo, complice la sua fretta dettata dall’orgoglio di affrontare il primo della classe, l’americano Fred Little detto il professore. L’esito del match fu un “no contest” irragionevole che i vertici mondiali ripararono sottraendo a Mazzinghi il titolo a tavolino. Quella sera il guerriero discese dal ring. Chi risalì altre volte con lo stesso nome e cognome era altro.

Ma “Sul tetto del mondo” dal titolo della sua autobiografia, Mazzinghi ci era salito nel 1963, a soli venticinque anni e non a sorpresa, il 7 settembre. In nove riprese s’impossessò della corona mondiale dei superwelters o medi junior, categoria intermedia tra il limite dei welters 66,700 chilogrammi e i 72,570 dei medi, che insieme ai superleggeri o welters junior avevano rotto il vangelo pesistico della noble art: mosca, gallo, piuma, leggeri, welter, medi, mediomassimi e massimi. Successivamente, in un’orgia di suddivisioni sempre più parcellizzate di chili che nel tempo ha contribuito ad annacquare il fascino epico della boxe, si aggiunsero i paglia, minimosca, supermosca, supergallo, superpiuma, supermedi e massimi leggeri. Una farsa.

Sandro Mazzinghi salì sul quadrato del Vigorelli a Milano guardando fisso negli occhi il campione in carica, l’americano dal cognome francofono Ralph Dupas. Non era certo “lo sguardo della tigre” banalizzato da Sylvester Stallone nella sua fortunata saga di film sulla boxe. Quello sguardo manifestava soltanto la consapevolezza di chi in due mesi, aprile e maggio, si era sbarazzato di altri due quotati americani, Tony Montano e il mormone Don Fullmer. Dupas lo comprese all’istante. Dopo il suono della campana, non gli restarono che poco più di mezz’ora prima che l’arbitro dichiarasse il K.O. tecnico. L’Italia ritornava ad avere un titolo mondiale dopo quelli di Duilio Loi, Mario D’Agata e Primo Carnera.

Per la rivincita, Mazzinghi scelse di andare a combattere letteralmente dall’altra parte del mondo, a Sydney, in Australia. Quando scese all’aeroporto della capitale del Nuovo Galles del sud, la sua sicurezza era pari alla sua fama, anche se continuava dentro di sé ad avere il cruccio di non aver partecipato alle Olimpiadi romane, illuminate d’azzurro nel pugilato dalla stella di Nino Benvenuti, medaglia d’oro nei welters, e dalle affermazioni di Franco De Piccoli nei massimi e Francesco Musso nei piuma. Ma quella chance, Mazzinghi se l’era bruciata incrociando in un torneo preolimpico Carmelo Bossi, di lui meno aggressivo, ma più tecnico, destinato ad essere battuto a Roma soltanto in finale dallo statunitense Wilbert McClure e a diventare campione del mondo nel 1970 con un match-capolavoro proprio e quasi a chiudere il cerchio di una generazione di fenomeni contro il “giustiziere” di Mazzinghi, l’americano Fred Little.