Il processo Thyssenkrupp rischia di cadere in prescrizione. Sette anni dopo l’incendio divampato nello stabilimento di Torino la notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007, in cui persero la vita i sette operai Antonio Schiavone, Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino, c’è il pericolo che non si arrivi a una sentenza definitiva.

Stiamo parlando degli imputati Harald Espenhahn, l’amministratore delegato, accusato di omicidio volontario e condannato a 16 anni e mezzo dalla Corte d’Assise di Torino, Giuseppe Salerno, responsabile dello stabilimento di Torino, Gerald Priegnitz e Marco Pucci, membri del comitato esecutivo dell’azienda, condannati a 13 anni e 6 mesi per omicidio e incendio colposi (con colpa cosciente) e omissione delle cautele antinfortunistiche e Daniele Moroni, membro del comitato esecutivo dell’azienda, condannato a 10 anni e 10 mesi.

A lanciare l’allarme è il procuratore capo di Torino Raffaele Guariniello, che coordina il pool di magistrati che si occupano di sicurezza sul lavoro nel capoluogo piemontese. Sì, perché l’inchiesta della Thyssen, svoltasi a tempo record in soli tre mesi, potrebbe non avere una conclusione definitiva a causa di una sentenza della Consulta datata il 28 maggio 2014, che dimezza i tempi di estinzione per l’omicidio colposo e l’incendio colposo e annulla quindi la legge ex Cirelli del 2005, che prevedeva il raddoppio della prescrizione per casi del genere.

E questo è già il secondo stop di un processo che sembrava destinato a fare la storia e i cui atti il 24 aprile scorso sono stati mandati di nuovo dalla Cassazione alla Corte d’Assise d’Appello di Torino. Qui la responsabilità degli imputati è stata confermata, ma d’altra parte i giudici supremi hanno annullato senza rinvio parte delle circostanze aggravanti a carico degli imputati. Non sono ancora disponibili le motivazioni, che dovrebbero uscire verso l’estate, ma già si sa che secondo la Cassazione non si trattò di omicidio volontario, ma colposo, di «colpa cosciente». Proprio il tipo di reato con cui la Consulta, con la sentenza del 14 maggio, rende più brevi della metà i tempi di prescrizione.

«Avevamo accolto l’allungamento della prescrizione nel 2005 con grande soddisfazione – afferma il procuratore Raffaele Guariniello, che si dice anche preoccupato anche per gli altri processi riguardanti la sicurezza sul lavoro – perché ci consentiva di lavorare su questa materia così delicata senza l’acqua alla gola. Speriamo vivamente che il legislatore intervenga al più presto e approvi nuovi termini di estinzione dei reati, più compatibili con l’iter della giustizia».

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