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Grandi manovre

Grandi manovre

di Drake

Da inguaribili cinefili siamo propensi a pensare che Stefano Lo Russo, colto e poliedrico capogruppo del Pd in Sala Rossa, si sia ispirato al famoso film di René Clair “Grandi manovre” nell’apparecchiare la sua politica di distensione verso il Movimento Cinque Stelle. Fino ad immedesimarsi – mutatis mutandis – nel protagonista della storia, ma con la segreta speranza di mutarne l’epilogo a suo vantaggio. Un grave errore. Perché più di un qualcosa coincide con la trama di quella pellicola che il regista francese girò nel lontano 1955. Gli elementi chiave della narrazione sono infatti la seduzione e la successiva delusione, sentimenti vissuti entrambi da un affascinante ufficiale che per scommessa cerca di sedurre una giovane modista. Tentativo che gli riesce, ma che lascia in pegno un innamoramento che non si trasformerà in amore ricambiato, perché la donna, venuta a conoscenza del motivo del corteggiamento, l’abbandonerà.

Come hanno fatto i grillini con l’ufficiale gentiluomo Lo Russo. Non appena fiutato le sue avances, ritenute insufficientemente disinteressate, dal movimento è partito un secco comunicato che ha spiazzato il Pd, invitato a fare “ammenda” dei propri errori a settembre, nella discussione in aula sul risanamento. Ora Lo Russo potrà sempre dire pubblicamente di avere teso una mano caritatevole verso i più deboli, o presunti tali. Insomma “ci ho provato!”. Ma dentro di sé, saprà sempre che il gioco non gli è riuscito. Niente di male. Una politica a corto d’idee è bene che si rifaccia al maestro dell’intrigo Le Carré piuttosto che ad un regista raffinato come Carné. Morale: se ci si vuole specializzare nel doppio o triplo gioco, si deve sapere con certezza a chi sia meglio ispirarsi.

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