Chiuse le scuole da ormai un mese e lasciati alle spalle gli esami sia di licenza media che di maturità, tutti i problemi legati al complesso e discusso mondo dell'istruzione sembrano un ricordo lontano, eppure, proprio l'estate, periodo in cui si rallenta dai ritmi usuali di lavoro, si presta quale momento privilegiato di riflessione e bilanci. Messe a tacere le polemiche che hanno investito l'INVALSI, dopo gli esami di scuola media, e cadute nel dimenticatoio le dichiarazioni del ministro Gelmini quanto all'inserimento anche alle superiori della famigerata prova redatta dall'Istituto nazionale per la valutazione, ci è sembrato il momento più opportuno per discutere serenamente dell'INVALSI cercando di chiarirne funzione e compiti. A tal proposito ci siamo rivolti al prof. Mario Ambel, direttore della rivista Insegnare del CIDI (Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti) ed esperto di Educazione linguistica e progettazione curricolare.
Che cosa è L'INVALSI ed a cosa è preposto?
La sigla INVALSI sta per Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione.
La necessità di un tale organo è indubbia, soprattutto nella scuola dell'autonomia in cui è necessario un ente che renda conto alle scuole ed alla collettività di come sta funzionando il sistema nazionale. Una delle questioni principali, resta pertanto l'equilibrio tra l'ottica di ricerca e quella di controllo da parte dell'INVALSI.
Per comprendere ciò non si può prescindere dalla definizione di valutazione. Se per valutazione si intende la ricerca di una serie di dati e di informazioni che servano a migliorare i processi, allora la funzione dell'INVALSI è importante e strategica, se invece per valutazione si intende la misurazione dei risultati dei soggetti o delle situazioni per fare classifiche o graduatorie, allo scopo di decidere chi è più bravo o più cattivo, allora la situazione è decisamente diversa e l'INVALSI rischia di far danni molto gravi.
Un Istituto di valutazione che si muova nella logica della ricerca, prediligendo l'approccio di analisi diacronica a quella sincronica, è utile proprio perché restituisce al sistema ed alle scuole delle informazioni per migliorare, se invece si accentua la dimensione valutativa del giudizio, del controllo, della classifica, della competizione, allora (vale per gli allievi come vale per le scuole), l'utilità della valutazione diventa molto meno efficace e aumenta invece la sua pericolosità.
Purtroppo, in questo ultimo anno, tutta una serie di segnali sono andati verso il secondo tipo di valutazione: i voti nella scuola elementare e nella scuola media, l'enfasi sulla meritocrazia ed una certa accentuazione della dimensione competitiva anche alla luce delle normative che sono state messe in atto.
L'INVALSI inoltre opera anche all'interno di un'attribuzione normativa complessa e non sempre coerente: la legge gli affida il compito di valutare "conoscenze e abilità", mentre oggi la valutazione avviene o dovrebbe avvenire per competenze, che rappresentano un parametro più ampio che include le conoscenze, le abilità e gli atteggiamenti dei soggetti in una visione unitaria e contestuale: sono questioni tecniche che lo stesso legislatore spesso affronta in modo disinvolto e poco competente ma che innescano poi contraddizioni abbastanza grossolane, come ad esempio pensare di poter misurare le competenze in voti decimali, come per altro impone la legge!
Quali rischi potrebbero derivare da uno scorretto approccio alla valutazione?
Il rischio è che si inneschi il problema della retroattività, cioè che la scuola anziché valutare quello che effettivamente si è fatto, faccia quello che si deve valutare, finalizzando la didattica stessa alla prova, con i test preconfezionati, con i fascicoletti, con i librini.
Certo, non è solo una responsabilità diretta dell'INVALSI: dipende da un rapporto di crescita della cultura della valutazione e di fiducia reciproca. Naturalmente è chiaro che L'INVALSI deve favorire questo processo ma anche il Ministero, con l'atmosfera culturale che innesca, con l'uso che fa della valutazione di sistema deve favorire un processo virtuoso. La società stessa fa fatica a capire che se si accetta l'idea che la valutazione è un elemento di misura, di gara, di competizione, è inevitabile poi che ci si metta in una logica di conflitto.
Grande polemica hanno suscitato le prove proposte, quest'anno, durante gli esami di terza media, qual è il suo giudizio in merito alla natura delle prove?
Si discute se sono difficili, in che misura corrispondano a quello che realmente si fa e la mia sensazione è che stiano andando migliorando, ma troppo lentamente. Bisogna muoversi tra due paletti delicati, uno è che cosa realmente si fa a scuola, l'altro è che cosa la ricerca nelle discipline indica come ciò che si dovrebbe fare.
Le prove di matematica della scuola media, ad esempio, sono state considerate delle buone prove, ma non è detto che coincidano con il modo in cui si insegna matematica, bisogna trovare una mediazione e non è detto che semplicemente facendo quelle prove si inneschi un processo positivo di emulazione: ciò può avvenire solo se c'è una crescita ed una formazione degli insegnanti che vada in quella direzione.
Crede sia opportuno usare le prove INVALSI all'interno degli esami quale elemento per la valutazione complessiva degli studenti?
Altro aspetto molto delicato è confondere finalità di ricerca (ovvero di valutazione di sistema) proprie dell'INVALSI con la valutazione dei singoli: usare le prove all'interno degli esami per comporre l'esito quantitativo dei risultati individuali è un grave errore, a parte le contraddizioni operative con cui è stato praticato in quest'ultimo anno. Così come affidare la terza prova della Maturità all'Istituto nazionale significherebbe snaturare l'intera legge di riforma degli Esami di Stato che vedevano nella terza prova proprio la garanzia di un contatto diretto con quanto effettivamente svolto nell'anno in quella scuola, in quella classe.
Pensare di cambiare e migliorare la scuola attraverso le prove Invalsi è illusorio: è più facile farla peggiorare con cattive prove retrive che migliorare con buone prove innovative. E poi comunque compito dell'Invalsi è restituire al paese, alla scuola, ai docenti, agli studenti e alle famiglie la descrizione dinamica dello stato dell'arte, non innescare processi per migliorarlo. Quello spetta a politiche scolastiche attive che in questo paese, oggi più che mai, siamo lontanissimi dall'intraprendere. Anzi siamo in una fase di politiche scolastiche che tolgono risorse e qualità alla scuola.




Sotto stretta valutazione





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