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Pubblicità e slow food, meglio se in dialetto piemontese

di Eugenio Goria

Qual è il ruolo del dialetto nel Piemonte di questi anni Dieci del nuovo Millenio? Normalmente siamo abituati a considerarlo la lingua degli anziani, e al limite di chi propende per un certo tipo di conservatorismo chiuso nei valori di casa propria. Un ruolo non piccolo nel formare questo luogo comune l'ha avuto sicuramente la propaganda politica, in cui l'elettore che parla dialetto incarna proprio quei valori che tali partit, quelli dalle camicie verdi per intenderci, vogliono mostrare di difendere. Tuttavia, il lavoro di diversi linguisti mostra che la situazione è molto più complessa di così: il dialetto vive una vita propria, con funzioni alquanto diverse da quelle di cinquant'anni fa.

Dando un'occhiata ai dati Istat di una recente indagine è facile notare come al Nord il dialetto serva sempre meno per comunicare in modo informale, e anche in famiglia è quasi sempre preferito l'italiano. Sempre più il piemontese si rivela un codice alternativo alla lingua ufficiale, usato in contesti "speciali" che guardano dritto verso un certo tipo di immaginario. Basta una passeggiata a Torino per accorgersene.

Trovare il dialetto su un manifesto pubblicitario è un chiaro segno che almeno per alcuni il suo messaggio è ancora chiaro e può raggiungere tutti: solo un pessimo copywriter scriverebbe in una lingua che nessuno capisce. E così, anche se è sempre più difficile sentir parlare piemontese dai giovani torinesi, è altamente improbabile che qualcuno non capisca che cosa significa l'adesivo Gaute da suta (levati di sotto) dei fuoristrada, l'espressione Parla pa della pubblicità di Fastweb, o ancora il proverbio che campeggiava fino a poco tempo fa sui cartelloni della Diesel: a l'è mei n'stupid che des furb (è meglio uno stupido di dieci furbi). Dialetto e modernità - se non moda - a volte convivono.

Continuando la nostra passeggiata per Torino ci accorgiamo che il settore che più volentieri parla piemontese è quello dell'alimentazione: il gusto un po' chic per lo slow food, per l'alimentazione a chilometri zero e per i prodotti naturali - che spesso sono ben più costosi dei loro omologhi globalizzati - molto spesso tende a privilegiare l'uso di denominazioni in dialetto. E non si tratta solo della bagna caoda e del bagnèt verd, ormai noti in tutta Italia: basta entrare in un qualsiasi supermercato per accorgersi che molti produttori di formaggi, anche di grandi dimensioni come il cuneese Occelli, amano molto i nomi in dialetto: quest'azienda infatti ha in assortimento decine di prodotti che si chiamano testun, crava, fino ad arrivare alle varie tume. Sono nomi poveri, che rivelano che non è tanto la denominazione in sé ad essere evocativa, quanto il fatto che quel nome sia in dialetto. Il piemontese diventa così il marchio di qualità dei prodotti artigianali, o che vogliono apparire tali. Nel dare a un formaggio il nome di casutin non c'è nulla che lo renda particolarmente attraente e appetibile per un compratore; eppure il dialetto ci rassicura, e ci sembra che quel prodotto sia davvero realizzato secondo una tradizionale, antichissima ricetta.

È un dialetto pubblicitario e di facciata quello che emerge dalle indagini più recenti, ma è anche un dialetto che ritorna più forte là dove meno uno se lo aspetta, con qualche picco di originalità che ci impedisce di archiviarlo tra le lingue morte. Ecco così che proprio il simbolo della globalizzazione, il fast food viene sfidato nel nome e nella sostanza dal nostrano M** Bun, che ripropone gli stessi prodotti in versione slow food. Non a caso, in questi ristoranti di recente apertura, gran parte del menu e molti manifesti sono scritti in dialetto torinese, e il tutto senza imbarazzi o fastidi per chi proviene da altre regioni o da altri Paesi. I clienti sono mediamente molto giovani e mostrano quasi tutti di accogliere con favore l'iniziativa.

Dunque dialetto molto spesso va d'accordo con buon cibo e con cucina regionale, ma non è questo il punto. È interessante vedere come la lingua di Cavour, in una certa misura, faccia ancora parte della vita dei più giovani, e c'è da aspettarsi che almeno per un po' continuerà a farlo. Certo, tra un hamburger e una fetta di toma, forse sarebbe opportuno chiedersi perché gli organi che gestiscono le denominazioni di origine protetta, di fronte a un così grande entusiasmo dei produttori, non pongano anche una qualche forma di tutela sul nome regionale del prodotto, e soprattutto sulla sua ortografia. Potrà la scoperta delle ricchezze gastronomiche del territorio essere il trampolino per la rivalutazione di un'importante risorsa linguistica e culturale?

 

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