di Ilaria Cozzi
L'Honduras è uno dei Paesi più problematici e pericolosi in cui esercitare la professione del giornalista.
Una preoccupazione chiaramente manifestata anche da Frank La Rue, relatore speciale delle Nazioni Unite per la tutela della libertà di espressione, il quale ha affermato che la situazione nel Paese è diventata molto critica per colpa del continuo silenzio e delle sistematiche violazione dei basilari Diritti Umani.
Il caso più recente vede protagonista Itsmania Pineda Platero, direttrice di Xibalda, l'associazione che si occupa della pubblica sicurezza e della riabilitazione dei giovani in Honduras.
Itsmania è stata ed è tuttora vittima di pesanti minacce di morte via telefono, tali da far agire prontamente anche Amnesty International, che ha subito lanciato un appello alle autorità dell'Honduras per farla mettere immediatamente sotto protezione e per far si che partano delle indagini per trovare i responsabili di tali minacce. Itsmania è stata protagonista, sfilando in testa alla manifestazione per la vita e la libertà di espressione dei giornalisti, poi duramente repressa davanti al palazzo di governo lo scorso 13 dicembre.
Ma quello di Itsmania non è un caso isolato. Felix Molina, giornalista honduregno e direttore del programma "Resistenza" trasmesso su Radio Globo, ha affermato che si è davanti ad un evidente peggioramento dell'esercizio della libertà di espressione, sia per quanto riguarda i mezzi di informazione e i giornalisti indipendenti, sia per i cittadini, che hanno il diritto di essere informati.
Lo stesso Molina ha segnalato l'assassinio di 16 giornalisti e un'altra serie interminabile di attentati e minacce ai danni dei mezzi di informazione e degli stessi giornalisti.
Un ulteriore elemento che desta molte preoccupazioni è l'impunità. Essa è, infatti, di per sé una violazione dei diritti umani e un invito a compiere altri crimini. È ancora Molina a spiegare come "Lo Stato resta totalmente indifferente di fronte a questi episodi. Dimostra disinteresse e non indaga. Non esiste nemmeno una posizione ufficiale a favore del rispetto della libertà di espressione. Tutto ciò contribuisce all'aumento dell'impunità".
Senza contare infine il ruolo che certi mezzi di informazione hanno svolto per "cospirare politicamente a favore della rottura istituzionale, distorcendo o ignorando la realtà. Tutto ciò permette mantenere nel silenzio le violazioni ai diritti umani e contribuisce a peggiorare la situazione", ha concluso.
Le indagini, quando vengono aperte, sono approssimative. Chi denuncia, non riceve protezione. L'Honduras continua a essere un paese pericoloso per chi esprime le sue idee o difende i diritti umani.
Purtroppo l'Honduras, pur essendo forse il caso più grave, non è sicuramente l'unico. In Turchia, ad esempio, non sono ancora stati liberati i giornalisti messi in carcere con l'accusa di aver preso parte ad un complotto per far cadere il governo del partito filo-islamico Akp. Nei carceri della Turchia sono centinaia i membri della stampa rinchiusi ingiustamente. È uno dei numeri più alti al Mondo che ha fatto scendere la Turchia di ben dieci posizioni, rispetto al 2010, nella classifica sulla libertà di stampa.
Sotto accusa sono soprattutto le detenzioni e i licenziamenti nel settore dei media. La Turchia è certamente lontana dal mantenere le riforme promesse in precedenza e ultimamente il suo sistema giudiziario ha lanciato un'ondata di arresti senza precedenti dai tempi della dittatura militare.
Nei giorni scorsi anche Francis Ricciardone, ambasciatore americano nel Paese, ha espresso le sue perplessità sulla libertà di stampa, confessando come egli stesso non capisca come sia possibile che la Turchia, la quale fece spesso della democrazia una bandiera, abbia intellettuali e giornalisti rinchiusi nelle carceri.
A questi poi vanno aggiunti quelli che hanno di recente perso il posto di lavoro, come Ece Temelkuran, a causa di alcuni commenti sulla mancanza di libertà di stampa e sulla condizione in cui vive la minoranza curda.
Altro caso critico è quello dell'Etiopia, in cui la libertà di espressione è addirittura marchiata come "terrorismo". È la situazione in cui si sono trovati, tra gli altri, due giornalisti Reyot Alemu e Woubshet Taye, incarcerati con l'accusa di "pianificazione, cospirazione e tentativo di azione terroristica".
Secondo le organizzazioni per i diritti umani e per la difesa dei giornalisti, gli imputati sotto processo sono colpevoli solo di aver espresso in forma pacifica, attraverso la stampa e l'azione politica, le loro idee. La maggior parte delle prove presentate dalla pubblica accusa è composta da articoli scritti o da discorsi letti in pubblico.
Molti dei detenuti hanno denunciato di aver subito violenze fisiche e psicologiche, alcuni di loro sono anche stati costretti a riferire la loro password della posta elettronica (diverse email sono state presentate in aula come prova a loro carico).
Negli ultimi mesi sono almeno 107 gli esponenti dell'opposizione politica e i giornalisti che sono stati arrestati e incriminati per accuse di terrorismo non definite in modo chiaro.
Prorpio per questo c'è bisogno di una più ampia informazione riguardo i sempre più costanti problemi della libertà di espressione e di stampa che affliggono questi e molti altri paesi. Solo con un monitoraggio costante e una circolazione continua di notizie si possono davvero combattere queste violazioni dei diritti umani, facendo arrivare la voce a sempre più persone in giro per il mondo e non lasciando più queste persone da sole, rinchiuse ingiustamente per colpa di una politica che non tutela la professione di giornalista e soprattutto l'essere umano.