di Paolo Fallico
«Alla base della disuguaglianza sociale c'è una forte redistribuzione del reddito dal basso verso l'alto. I salari sono fermi; negli USA i salari effettivi sono pari a quelli di 40 anni fa. In Europa va appena un po' meglio, e pochissimi sono diventati enormemente più ricchi. La Politica ha responsabilità pesanti; o non si è opposta o ha favorito il fenomeno.» Questa la lucida analisi di Luciano Gallino, professore emerito di Sociologia all'Università di Torino, fra i più eminenti studiosi delle dinamiche che caratterizzano il rapporto tra capitale e lavoro, finanza ed economia, politica e cittadini.
Lo abbiamo intervistato per Nuovasocietà per approfondire il suo punto di vista sull'attuale cresi economica mondiale.
Professor Gallino, la legge sulla ripresa (acronimo ARRA) voluta da Obama non produsse granché, ora l'Esecutivo punta di più sugli interventi diretti; vien da pensare al New Deal. Oggi si può ripetere, e qui in Europa?
«Al Congresso USA i repubblicani osteggiano il nuovo progetto presidenziale. Un terzo dei fondi è destinato ad interventi diretti, come ai tempi della Grande Depressione del 29. Ora si parla di ristrutturare scuole, ospedali, ponti etc.... In Europa non vedo tale volontà politica; la UE è ancorata alla politica neoliberale, la situazione è grave».
E in Italia...
«Da noi si è perso tempo, i governi sono rimasti impassibili. Manca una politica industriale. Il declino dell'auto, dei treni e della cantieristica navale ha determinato la perdita di moltissimi posti di lavoro. Ora ci si prodiga in cure palliative, ma bisogna puntare sulla ristrutturazione di scuole e ospedali, non sull'acquisto di aerei da guerra o sulla Tav. Con il denaro pubblico, il coinvolgimento di aziende, e intervenendo sugli ammortizzatori sociali, si potrebbe offrire la scelta tra un sussidio di 600 - 700 euro mensili, o lavorare per 1200 euro di stipendio. Assumere un milione di persone è realistico».
Però la Babele dei contratti atipici non aiuta. Sembra che Governo e sindacati siano concordi sulla necessità di sfoltirli, ma si può pensare ad un contratto unico? E che ne sarà dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori?
«Bisogna ristabilire il contratto normale, unico o come lo si voglia chiamare, cioè a tempo indeterminato e ad orario pieno, tranne nel caso che si accetti il part-time. Sfoltire la giungla dei contratti atipici, salvo 4-5 deroghe, è prioritario. E non è vero che favorire i licenziamenti favorisca l'occupazione, non c'è nessuna prova di ciò. L'articolo 18 non dovrebbe entrare nella concertazione. In Italia le aziende, di fatto, licenziano delocalizzando. Il nostro Paese, lo conferma l'OCSE, ha un alto livello di flessibilità».
E come si può arrivare a creare occupazione con contratti stabili, per evitare il rischio che le nuove iniziative facciano la fine dei contratti a termine?
«Si deve decidere che il periodo di prova non superi i 3-6 mesi, poi deve esserci la stabilizzazione del contratto. Altrimenti non ci sarà progresso, si creerebbe nuova precarietà.»
Il precariato e la disoccupazione sono evidenti effetti della crisi economica insieme alla recessione. Alla base, secondo molti analisti, ci sono debito pubblico, finanziarizzazione dell'economia, ma anche il ruolo che giocano i nuovi attori emersi nel panorama economico-finanziario del mondo globalizzato. La Cina in primis.
E quindi?
«Ciò che avviene in Cina e India deriva dallo sfruttamento della manodopera a basso costo che, in loco, fanno gli imprenditori occidentali. Le corporation euroamericane realizzano così enormi profitti. La finanziarizzazione dell'economia è l'altro aspetto importante. Il debito dei grandi gruppi finanziari ha fatto crescere il debito pubblico degli Stati, questo per salvare le banche, le quali ricevono dalla Bce prestiti all'1% e comprano obbligazioni che rendono il 4-5%. È il folle circuito stabilito a Maastricht, che vieta alla Bce di prestare direttamente agli Stati».
Non le pare che il libero mercato si sia rivelato inadeguato a gestire beni pubblici come acqua, risorse naturali, istruzione e sicurezza, diritti universali e inalienabili?
«La produzione di beni con la partecipazione di enti pubblici non è andata sempre bene. Ma la completa privatizzazione di Servizi pubblici, spesso stata disastrosa, la Gran Bretagna ne è esempio. Il privato cerca profitti, l'ente pubblico deve servire il bene comune».
In conclusione, se non ci fosse ripresa a breve, lei vede il pericolo dello scontro sociale, che sarà dell'Europa?
«Ciò che vedo è una deriva a destra, la reazione. Governi che obbligano, nazionalismi pericolosi come in Ungheria; una vera fascistizzazione. Penso alla Germania degli anni 20, un populismo che spinge la gente a reagire contro la finanza. Ma fare previsioni è davvero difficile».