di Andrea Doi.

La Corte dei Conti nella seduta di oggi ha ribadito che le passività nei confronti di Gtt e Infrato non sono da considerarsi debiti fuori bilancio. Appendino dovrà, dunque, trovare le risorse per InfraTo e Gtt attraverso una procedure ordinarie di rinegoziazione e contrattazione con le società. Se questa sarà la strada la giunta pentastellata non farà altro che proseguire nel solco tracciato della giunta precedente tra il 2015 e il 2016.

E’ utile precisare che, per quanto riguarda InfraTo, le risorse da reperire dovranno coprire i 18 milioni relativi agli anni di Fassino  (2014 e 2015) e i e 17 milioni di Appendino (di fine 2016). Appendino, inoltre non ha stanziato le risorse per il 2018 e 2019. In merito a Gtt, invece, si parla di circa 6 milioni all’anno tra il 2014 e il 2017, anch’essi a metà di Fassino e metà di Appendino. La conclusione a cui arriva oggi la Corte dei Conti è identica a quella dell’audit interno dei dirigenti consegnato all’amministrazione a dicembre 2016.

Perchè, dunque, non si è proceduto da subito a dare corso alle procedure di rinegoziazione avviate dalla precedente giunta precedente?

Non si capisce, inoltre, come si possano considerare come alternative le strade “debito fuori bilancio” o “non debito fuori bilancio”. O si tratta di una cosa o di un’altra. L’art. 194 del TUEL stabilisce “tassativamente” i casi in cui si possa procedere al riconoscimento di essi. Non è, e non può essere, una scelta dell’Amministrazione. Le norme contabili non possono essere interpretate a piacimento o secondo convenienza.

Nel 2014 e nel 2015 Appendino e Rolando non c’erano, ma erano ben presenti nel 2016 quando scelsero, in piena coscienza, di finanziare solo una parte del contributo agli investimenti. E si sono dimostrati doppiamente colpevoli. Se erano convinti che quelli precedenti fossero “debiti fuori bilancio” – come ribadito quest’oggi in seduta pubblica – perché, consapevolmente, hanno agito in modo da generarne ulteriori con l’assestamento 2016?

Evidentemente la narrazione del “buco che non c’è” è stata più forte della volontà di risolvere i problemi.