di Emanuele Rebuffini

“Il frammento 123 di Eraclito dove il disvelarsi ama il nascondersi è il fil rouge di Aperture, il nostro ultimo lavoro”. La coppia di artisti torinesi Gioberto Noro (Sergio Gioberto e Marilena Noro) prosegue la ricerca artistica basata sull’esplorazione della struttura della materia e della luce, realizzando una serie di nuove opere dove protagonisti sono una folta vegetazione e degli spazi bianchi, zone umbratili ed architetture, il pieno e il vuoto, l’ombra e la luce. Sette opere delle tre serie “Aperture”, “Mappe” e “White rooms” sono in mostra alla galleria Alberto Peola (fino al 28 gennaio). Tutti lavori tecnicamente complessi, la cui realizzazione ha richiesto pensiero approfondito e intenso lavoro. «Abbiamo scelto il titolo di “Aperture” per la mostra – spiegano Gioberto Noro – perché per noi è sinonimo di radura, di Lichtung heideggeriana. Quando entri in un bosco ti puoi imbattere in una radura, che secondo Heidegger è il luogo dove si manifesta l’essere. Per noi la radura è il luogo dove puoi incontrare il reale. Da quando il sacro è stato sostituito dal sistema delle merci, allora lo scopo dell’arte ci pare sia quello di dare delle indicazioni, dei segnali per poter accedere al reale».

"Aperture", Gioberto Noro in mostra alla galleria Alberto Peola

                                      “Aperture”, Gioberto Noro in mostra alla galleria Alberto Peola

Le zone di bosco ritratte nelle “Aperture” e nelle “Mappe” non sono istantanee, ma il frutto di più scatti, quattro o cinque immagini diverse poi montate in asse, provocando un particolare effetto visivo che fa sì che tutti i particolari risultano nitidi come in primo piano, «cambiando la messa a fuoco cambia la proporzione quindi deve essere tutto portato nella stessa dimensione, un lavoro che richiede molto tempo. Normalmente queste opere si guardano da metà stanza, ma se ci si avvicina, per esempio fino a 30 centimetri, continua ad esserci leggibilità, e conservando la leggibilità c’è una forma di liberazione dalla cornice. Avvicinandosi ad esse si entra nell’ellissoide del campo visivo, e c’è la possibilità di avere un’epifania, un’illuminazione, un superamento dei condizionamenti visivi che abbiamo nel cervello».

La serie “Mappe” è un omaggio ad un racconto fantastico di Jorge Luis Borges in cui parlava dei cartografi dell’Impero che realizzavano mappe sempre più grandi, e le figure umbratili fotografate da Gioberto Noro sono in effetti ricche di dettagli come fossero mappe. Come sostiene Vilém Flusser nella sua Für eine Philosophie der Fotografie (1983), «le fotografie ci offrono la possibilità di tracciare una mappa del reale, ma se non si è consapevoli diventano degli schermi che si sovrappongono tra noi e il reale e rischiano di allontanarlo».

La serie "Mappe" di Sergio Gioberto e Marilena Noro

                                           La serie “Mappe” di Sergio Gioberto e Marilena Noro

L’eccesso di informazioni delle radure viene poi bilanciato dal vuoto della serie “White rooms”, camere bianche che «indagano sul concetto di vuoto – affermano Gioberto Noro –  non sono immagini di ambienti reali, ma maquettes. Ogni singola parete viene verniciata prima di grigio, carteggiata, poi di bianco, carteggiata, fino a che la si sente pulsare, infine si assembla la maquette e la si fotografa così da ottenere un senso di profondità. Nei lavori precedenti l’intervento sul reale consisteva nel prendere fotografie fatte in luoghi diversi e farle dialogare, questa volta l’architettura è data da zone d’ombra, è la costruzione dell’ombra a dare struttura all’immagine».

Come scrive la curatrice Valeria Ceregini nel testo critico che accompagna la mostra, «le immagini della serie White rooms sono l’emblema di tutto questo processo conoscitivo e compositivo poiché è solo grazie alla padronanza del vuoto e al sapiente uso formale della luce che è possibile rendere visibile l’invisibile – Eraclito sosteneva che ciò che è nascosto e invisibile ha molta più rilevanza di quanto è apparente e visibile – e ottenere tale resa spaziale tridimensionale in contrasto con l’elemento fisico bidimensionale della fotografia. Come nel taglio di Fontana, anche qui siamo di fronte a un ‘concetto spaziale’ in cui il superamento della superficie permette di varcare la soglia dell’immagine per entrare in uno ‘spazio altro’ dove lo spettatore diventa parte integrante dell’opera dal momento che si instaura una relazione simmetrica e d’interazione con l’immagine (…).  La maquette, come una scatola scenica, riproduce lo spazio “aperto” (Rilke, 1922) del reale rivelandosi attraverso l’obiettivo della macchina fotografica posto dinanzi a catturare l’elemento luminoso restituendolo come una porzione del mondo che, per un processo gestaltico, la mente è portata a completare cogliendo nel particolare l’universale».

La serie "White rooms" di Gioberto Noro, in mostra alla galleria Alberto Peola

                    La serie “White rooms” di Gioberto Noro, in mostra alla galleria Alberto Peola

La fotografia per Gioberto Noro è strumento d’indagine del mondo, ritagliando un frammento di realtà ha la capacità deflagrativa di rivelare una realtà molto più ampia, di trascendere il campo compreso nell’obiettivo. Commentano Gioberto Noro: «il fratello di De Chirico, Alberto Savinio, negli anni Trenta scrisse che la fotografia è stata un’invenzione fatale di cui non si era ancora compresa la potenzialità. Crediamo che anche adesso venga utilizzata al minimo delle sue possibilità. La fotografia è stata sovversiva, quando è nata ha cambiato il linguaggio della pittura e della scultura».

Ma quali sono i riferimenti della ricerca artistica di Sergio Gioberto e Marilena Noro? «Come artisti torinesi – rispondono Gioberto Noro – abbiamo a che fare con due grandi eredità, l’Arte Povera che è un’eredità importante e al tempo stesso ingombrante, ma anche una seconda eredità altrettanto autorevole che è quella dei fotografi storici sia americani sia parigini di moda e di reportage, che negli anni in cui facevamo i pendolari con Parigi abbiamo avuto modo di conoscere e frequentare. Li accomunava un forte senso del dubbio, perché per maneggiare questo medium devi essere come Ulisse, accorto, stare un passo indietro e usare tutte le strategie necessarie. L’obiettivo del nostro operare è essere dei traghettatori, tradurre attraverso il linguaggio della fotografia l’energia dell’Arte Povera, che crea principalmente l’accesso al reale attraverso la pura materia, mentre la fotografia opera attraverso la mediazione dell’immagine del reale. Intendiamo confrontarci con l’orizzonte di attesa delle nuove generazioni che stanno intuendo che, per la particolare forma della nostra coscienza, l’accesso al reale può essere più intenso e pregnante passando attraverso la mediazione delle immagini. Dare indicazioni affinchè possano operare la commutazione dal ‘guardare’ al ‘vedere’. Guardare, stare in guardia, il mondo ce l’hai sempre di fronte, quindi è un punto di vista analitico. Il vedere ha a che fare con la sinestesia, il sentire, lo stare immersi. Quando vedi te ne accorgi, perché senti che sei nel mondo, il che non succede quasi mai. Come scriveva Rainer Maria Rilke nell’Ottava elegia, stiamo di fronte al mondo e ne abbiamo coscienza, mentre gli animali stanno nel mondo, ma non ne hanno consapevolezza. Quando ci innamoriamo, nell’ascesi a dio così come attraverso l’arte possiamo, per istanti brevi, provare questa esperienza di immersione nel reale».

www.albertopeola.it/it/exhibits/101-aperture

"Per noi la radura è il luogo dove puoi incontrare il reale" (Sergio Gioberto e Marilena Noro)

         “Per noi la radura è il luogo dove puoi incontrare il reale” (Sergio Gioberto e Marilena Noro)