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Erik Kessels e la “fotografia trovata”. A Camera una grande retrospettiva dell’artista olandese

Erik Kessels e la “fotografia trovata”. A Camera una grande retrospettiva dell’artista olandese

di Emanuele Rebuffini

Artista, editore, designer, l’olandese Erik Kessels (Roermond, 1966) è una figura leggendaria della ricerca fotografica contemporanea. In vent’anni di carriera, Erik Kessels si è affermato come uno dei più importanti protagonisti della cosiddetta ‘fotografia trovata’: un fotografo che non usa macchine e obiettivi o, meglio, un artista che realizza progetti e installazioni utilizzando fotografie altrui. Come fosse un ready-mad anziché realizzare nuove immagini, raccoglie fotografie preesistenti, documenti sentimentali di persone comuni, scatti amatoriali talvolta sbagliati in quanto mossi, sfocati o sovraesposti, e li riutilizza in un nuovo contesto, mutandone così il significato originario. Senza nulla aggiungere alla enorme quantità di immagini che ci circonda e cresce esponenzialmente ogni giorno, Erik Kessels recupera e ricicla ciò che è già disponibile.

Camera-Centro Italiano per la fotografia di Torino ospita la retrospettva “The Many Lives of Erik Kessels” (24hrs in Photos, Erik Kessels, photo © Celine Michel)
   Camera-Centro Italiano per la fotografia di Torino ospita la retrospettva “The Many Lives of Erik Kessels” (24hrs in Photos, Erik Kessels, photo © Celine Michel)

Fino al 30 luglio Camera-Centro Italiano per la fotografia di Torino ospita “The Many Lives of Erik Kessels”, un’articolata retrospettiva che attraversa l’intera carriera dell’artista olandese attraverso un percorso che racchiude più di trenta progetti e centinaia di immagini, dalle serie più intime e private alle produzioni più recenti.

Artista, editore, designer, l'olandese  Erik Kessels (Roermond, 1966) è una figura leggendaria della ricerca fotografica contemporanea
       Artista, editore, designer, l’olandese Erik Kessels (Roermond, 1966) è una figura leggendaria della ricerca fotografica contemporanea

«Erik Kessels è sostanzialmente un fotografo che non fotografa –  spiega a Nuovasocietà il curatore della mostra Francesco Zanot – il suo lavoro consiste in un prelievo. Come un rabdomante va in giro alla ricerca di immagini preesistenti, immagini che provengono da archivi di qualsiasi tipo, dagli album di famiglia ad internet, le preleva e come nel ready-mad di Marcel Duchamp cambiando il contesto fa sì che cambi anche il significato di queste immagini. Fotografie che avevano un dato significato per gli autori originari vengono così ad acquisire una lettura completamente rinnovata. Erik Kessels è uno di quegli artisti che studiano l’archivio come un contenitore di immagini e di materiali che, attraverso una rilettura, possono assumere un significato diverso. Artisti che intendono l’archivio non come un qualcosa di fermo, di inerte, ma come un contenitore vivo di materiali che si possono continuamente riattivare e trasformare attraverso l’azione della nostra scelta. La fotografia familiare, in particolare l’album di famiglia – un oggetto destinato a non esistere più e a cui in mostra è dedicata una sala intera – è uno degli serbatoi da cui Erik Kessels attinge di più. Laddove non ci immagineremmo di trovare delle buone fotografie con un valore artistico, Erik Kessels trasforma autori anonimi in protagonisti della storia della fotografia. E nonostante il suo sguardo sia spesso ironico e talvolta cinico, si affeziona ai soggetti che stanno dentro alle sue immagini e agli autori di queste fotografie vernacolari. Qualsiasi suo progetto presenta un andamento narrativo. Gli interessano le storie che stanno dietro ad ogni serie di immagini, quando riesce cerca anche di rintracciare gli autori delle fotografie originali proprio per conoscerne i retroscena, e così ogni serie diventa una ricostruzione narrativa.»

in almost every picture #1
                                                                          in almost every picture #1

Tra i lavori in mostra, di grande impatto è l’installazione 24hrs of Photos, una montagna formata dalle stampe di tutte le immagini, centinaia di migliaia, caricate in un solo giorno su Internet, a simboleggiare l’enorme massa di immagini che ci sovrasta e deborda («nel momento in cui stiamo parlando sono state caricate in rete molte più immagini di quante riusciremo mai a vedere in tutta la nostra vita», commenta Francesco Zanot); oppure My Feet, maestosa installazione composta esclusivamente dalle immagini dei piedi di chi fotografa, e soprattutto il ciclo In Almost Every Picture, 14 progetti centrati ogni volta su un soggetto ossessivamente ricorrente, da Valery, una donna che per tutta la vita si è fatta fotografare dal marito immersa nell’acqua completamente vestita, ad Oolong, il coniglio equilibrista che riesce a tenere in testa i più disparati oggetti, alla famiglia che tentava inutilmente di fotografare il loro cane nero riuscendoci solo grazie a uno sbaglio, ad una foto sovresposta.

in almost every picture #11
                                                                       in almost every picture #11

Oppure la serie in cui il marito per vennt’anni ha fotografato la moglie in ogni luogo di vacanza, prima da vicino, poi man mano che passano gli anni e la signora invecchia, l’obiettivo si allontana e la donna diventa sempre più piccola. Le due sorelle di Barcellona fotografate sempre insieme, sorridenti, poi dopo la guerra mondiale nelle foto ne resta solo una, ma accanto a lei c’è sempre uno spazio vuoto. O ancora Ria Van Dijk, un donna che dal 1936 per tutta la vita ha frequentato tiri al bersaglio vincendo un suo ritratto con la carabina.

in almost every picture #13
                                                                  in almost every picture #13

Erik Kessels lavora per accumulazione di immagini, e anche mostra vuole essere una grande accumulazione di progetti, di modalità allestitive (immagini incorniciate e scorniciate, appese a parete e sdraiate a terra, light-box, cubi, wallpaper, portaritratti e proiezioni) e di fotografie, anche di scarti. «Un tema su cui Erik Kessels si sofferma – aggiunge ancora Francesco Zanot – è quello dell’errore, del fallimento. Sono molte di più le foto sbagliate rispetto a quelle che conserviamo, e l’artista fruga tra i rifiuti dei fotografi restituendoli allo sguardo collettivo sotto una prospettiva completamente rinnovata. L’errore diventa un elemento attrattivo e significante, è ciò che rende speciale una fotografia.»

My Sister, video, 2011
                                                                      My Sister, video, 2011

Nei lavori di Erik Kessels non manca la malinconia e la tristezza, come in My Sister, un video dell’ultima partita a ping-pong tra l’artista e la sorellina, che scomparirà tragicamente un incidente stradale a soli 9 anni. Sono ultime immagini che li ritraggono insieme.

Una mostra sorprendente ed emozionante, capace di racchiudere tutte le pulsioni umane che registriamo nelle nostre fotografie.

http://www.camera.to

in almost every picture #8
                                                                      in almost every picture #8

 

in almost every picture #9
                                                                          in almost every picture #9

 

 

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