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Il colore è vita. Alla Gam e al Castello di Rivoli tutte le emozioni dei colori

Il colore è vita. Alla Gam e al Castello di Rivoli tutte le emozioni dei colori

di Emanuele Rebuffini

“Dipingere le forme vestite dalla luce di altri mondi con i colori ottusi della terra è un compito arduo; esprimiamo gratitudine a chi ha tentato di farlo. Avrebbero bisogno di fuoco colorato, ma hanno solo pigmenti e terre a disposizione”: così scriveva nel 1904 l’inglese Annie Besant, presidente della Società Teosofica, indicando agli artisti l’ambizioso compito d dipingere come se il colore fosse fuoco vivo e non ottuso pigmento terrestre. “Colori. L’emozione dei colori nell’arte”, la grande mostra che si articola tra la Gam Galleria Civica d’Arte Moderna ed il Castello di Rivoli è un viaggio attraverso 400 opere di oltre 130 artisti che immerge il visitatore in un’onda cromatica ed in un’emozionante situazione di eccitazione visiva. L’obiettivo della mostra – curata da Carolyn Christov-Bakargiev, Marcella Beccaria, Elena Volpato, Elif Kamisli – è quello di approfondire gli aspetti del colore che la cultura occidentale ha storicamente relegato ai margini della propria riflessione, ovvero le espressioni artistiche fondate sul valore emozionale e spirituale dei colori.

“Colori. L’emozione dei colori nell’arte” si articola tra la Gam Galleria Civica d’Arte Moderna ed il Castello di Rivoli. Fino al 23 luglio ("Profumo" di Luigi Russolo, 1910)
    “Colori. L’emozione dei colori nell’arte” si articola tra la Gam Galleria Civica d’Arte Moderna ed il Castello di Rivoli. Fino al 23 luglio (“Profumo” di Luigi Russolo, 1910)

Nel 1704 Isaac Newton pubblicava Optiks, un trattato sulla luce e la natura dei colori, in cui sosteneva che i colori erano oggettivi e misurabili proprio come i numeri, invisibili anche se sicuramente esistenti “là fuori”, nel mondo. Un secolo più tardi, Johann Wolfgang von Goethe nella La teoria dei colori (1810) replicava mettendo in risalto i numerosi elementi che entrano in gioco nella percezione cromatica, dimostrando che il colore è un prodotto della nostra mente. Per il primo i colori erano un dato reale, per il secondo entità soggettive della percezione che esistevano “indipendentemente dall’oggetto” (Arthur Schopenhauer, 1816). Il pensiero di Goethe trovò più ascolto tra i pittori che non tra gli scienziati: molti artisti, a partire da William Turner a Kandinsky a Klee, riconobbero da subito la validità delle argomentazioni di Goethe e la mostra ha tra i suoi intenti anche quello di riconoscere nelle loro opere l’influenza e la ricchezza del suo pensiero. «Durante il secolo scorso sono state organizzate numerose mostre sul colore a partire dalle teorie della percezione divenute popolari negli anni Sessanta –  afferma Carolyn Christov-Bakargiev – Quel tipo di approccio discende da una nozione universalistica della percezione e da una sua pretesa valenza oggettiva, molto distante dalla consapevolezza odierna della complessità di significati racchiusa nel colore.»

Wassily Kandinsky, Impression sonntag, 1911
                                                 Wassily Kandinsky, Impression sonntag, 1911

«Il tema del colore è di per sé sconfinato e potrebbe essere sviluppato lungo tutta la storia dell’arte – spiega a Nuovasocietà Elena Volpato, co-curatrice della mostra per la Gam di Torino – ma in questa mostra c’è un approccio preciso che va oltre l’arco cronologico classico di competenza dei due musei, dalla fine del Settecento alla più stretta contemporaneità, e consiste nella lettura soggettiva del colore. È come se riprendessimo l’antica disputa a distanza tra Newton e Goethe, e in qualche modo cercassimo di seguire fino in fondo il ragionamento fatto da Goethe quando, un secolo dopo Newton, confuta l’approccio fisico e oggettivante all’analisi del fenomeno cromatico che fino ad allora aveva fatto scuola. I primi a intuire quanto Goethe avesse ragione furono proprio gli artisti. Siamo partiti da Goethe per poi incrociare questo padre nobile del pensiero soggettivo sul colore con la tradizione della Teosofia. La pubblicazione di Thought Forms (Forme-pensiero, 1905) di Annie Besant rivestì un ruolo essenziale nella riflessione di molti artisti europei delle avanguardie del primo novecento. Secondo la Besant nell’aura nelle persona in un particolare stato di sollecitazione emotiva si formano delle energie sotto forma di colore. E in quel libro numerose illustrazioni cercano di rendere visibile sulla carta quanto i chiaroveggenti vedevano sotto forma di vibrazioni cromatiche luminose prodotte dalle energie mentali, ordinate secondo forme precise di natura astratta, di tipo geometrico o organico.»

Paul Klee, Blumenanlage im Park von V., 1936
                                                  Paul Klee, Blumenanlage im Park von V., 1936

Il pensiero teosofico ha avuto una grande influenza sugli artisti da Wassily Kandinsky (Impression sonntag, 1911) a Piet Mondrian (in mostra la straordinaria Fila di undici pioppi in rosso giallo blu e verde del 1908), da Giacoma Balla (Compenetrazione iridescente, 1912) a Paul Klee (Fiori della notte, 1938). «Ma non solo – ricorda Elena Volpato – infatti, ci sono altre figure il mondo dell’arte sta rivalutando come la svedese Hilma af Klimt, una pioniera dell’arte astratta e spiritualista per la quale i colori possono rappresentare forze invisibili e che disegnava come una medium potrebbe parlare. Oppure Marianne von Werefkin che svolse un ruolo fondamentale nell’elaborazione del pensiero spirituale sull’arte di inizio novecento e fu la prima a far conoscere a Kandinsky il pensiero teosofico intrecciandolo con la tradizione della pittura spirituale ortodossa.»

Giacoma Balla, Compenetrazione iridescente, 1912
                                              Giacoma Balla, Compenetrazione iridescente, 1912

Alla Gam una serie di tele documenta il sodalizio stretto a Murnau durante le estati del 1908  e del 1909 tra Alexei von Jawlensky, Marianne von Werefkin, Gabriele Münter e Wassily Kandinsky. Quei soggiorni estivi furono per i quattro artisti un momento di fondamentale rielaborazione poetica durante i quali Marianne von Werefkin mise a disposizione dei compagni il vasto sapere che le derivava dalla frequentazione delle secessioni europee, della pittura simbolista, della mistica e della sapienza teosofica a cui aveva attinto nei circoli culturali di San Pietroburgo. Fu durante quelle intense chiacchierate tra le prealpi bavaresi che emerse in Kandinsky una nuova consapevolezza, il seme del pensiero estetico che lo avrebbe condotto all’astrazione pittorica ed alla costituzione nel 1911 di Der blaue Reiter.

Hans Richter, “Anima locomotrice”, 1916
                                                   Hans Richter, Anima locomotrice, 1916

Tra i capolavori che si susseguono nelle sale della Gam segnaliamo Mark Rothko (“Rosso su nero”, 1961), Hans Richter (“Anima locomotrice”, 1916), Henri Matisse (“La piccola mulatta”, 1912), Tancredi Parmeggiani (“A proposito di Venezia”, 1958), Piero Dorazio (“Ribambelle des Gobelins”, 1964), Fortunato Depero (“I miei balli plastici”, 1918), l’Orange Car Crash (1963) di Andy Warhol, il maestro della Transanguardia  Nicola De Maria (“Amore”, 1980-‘81), la “Moltiplicazione verdeargento” di Carla Accardi (1964), i Tappeti vegetali di Piero Gilardi per arrivare al rosso feltro di “Dietro la casa II” (1999) del venezuelano Arturo Herrera.

Lucio Fontana, Attese, 1961
                                                                        Lucio Fontana, Attese, 1961

E poi le “Attese” (1961) di Lucio Fontana, il Ritratto in rilievo di Claude Pascal di Yves Klein (1962), “Le Levandou” (1952) di Nicolas de Staël (“Nelle sue tele la luce fonde nel corpo stesso del colore in una composizione per piani che è musicale e costruttiva, abbacinante e materica insieme. I suoi paesaggi sono piatti e verticali come un’antica ierofania ma si mostrano sconfinati, come solo lo spazio che abita la mente può esserlo”), i lavori di Karel Appel e Asger Jorn, protagonisti nel gruppo Co.Br.A. (“Nelle loro opere si riconosce una volontà di libera aggressione dello sguardo. Il loro spirito è infantile e animalesco, esplosivo e insieme ingenuo come le parole di Appel quando affermò “il mio tubetto di colore è come un razzo che traccia il suo stesso spazio”).

Nicola De Maria, Amore, 1980-‘81
                                                                 Nicola De Maria, Amore, 1980-‘81

Nei manifesti della mostra campeggia “Profumo” (1910), tela del pittore futurista Luigi Russolo, una scelta che Elena Volpato così spiega: «Si tratta di una scelta molto sentita dalla direttrice Carolyn Christov-Bakargiev perché uno dei percorsi di questa lettura soggettiva del colore doveva necessariamente portare al concetto di sinestesia, che però è molto difficile da rendere. Alcune figure fondamentali del primo Novecento che si occuparono della simbologia e del valore spirituale del colore erano dei sinesteti, a cominciare da Kandinsky che quando ascoltava un dato suono percepiva il color rosso. Ma non era una scelta estetica, era qualcosa che accadeva dentro alla sua mente. La sinestesia in un certo senso è la quintessenza della lettura soggettiva del colore perché non è che a un dato suono per tutti i sinesteti corrisponda un dato colore. Siamo nel campo dell’assoluta soggettività. “Profumo” parla di colori in maniera esplicita, il tratto è ancora simbolista, tutti i colori sono distesi a vibrare l’uno accanto all’altro ma il titolo ci conduce in un campo sensoriale completamente diverso rispetto a quello cromatico.»

Andy Warhol, Orange Car Crash, 1963
                                                    Andy Warhol, Orange Car Crash, 1963

Elena Volpato nel saggio in catalogo intitolato “Rosso come il tempo”, ricorda come più di tremila anni fa, sulle pareti di caverne illuminate dalla mobile luce del fuoco, gli uomini impressero sulla roccia le impronte delle loro mani, ed erano impronte rosse. I rosso è il colore più antico e dalla preistoria al Medioevo nell’arte assistiamo alla dominanza del rosso, colore terreno, corporale, carnale. Nell’arte più recente, invece, sembrerebbe prevalere l’azzurro, il blu, come una tensione verso l’infinito e l’armonia cosmica. Un binomio cromatico che ritroviamo nella stanza della Gam dove gli “Scritti radicali” di Irma Blank (1934, artista di origine tedesca trasferitasi in Italia negli anni Cinquanta) dialogano con le “Sedimentazioni” di Maria Morganti (Milano, 1965).

"In quella sala tra Irma Blank e Maria Morganti è un po’ come se venisse ad implodere la contrapposizione tra la storia dell’azzurro e quella del rosso, tra il tempo divino e quello umano"
         “In quella sala tra Irma Blank e Maria Morganti è un po’ come se venisse ad implodere la contrapposizione tra la storia dell’azzurro e quella del rosso, tra il tempo divino e quello umano”

Elena Volpato: «Da alcuni anni nel suo studio di Venezia, Maria Morganti tiene vivo il colore nel cavo di una ciotola. Non permette mai che si asciughi. Ogni giorno lo ravviva, aggiungendo nuovo pigmento, come fosse un fuoco da tenere acceso. Ogni giorno lo guarda modificarsi sotto i suoi occhi. E quando riconosce che quella è una tonalità perfettamente compiuta, solo allora la stende sulla tela. Per i ritmi usuali del mondo dell’arte contemporanea è un lavoro di difficile lettura, un lavoro che si stratifica nel tempo e che mantiene una sua coerenza, un suo impegno, che si struttura proprio nel rapporto tra ciò che l’artista fa e lo spazio del suo studio. Questo quotidiano ritornare sulle stesse opere con una ritualità essenziale ma ripetuta e limpida, fa sì che Maria Morganti sia una di quelle artiste destinate ad essere letta in piena luce solo alla fine del suo percorso artistico. Provo un sentimento di riconoscenza verso artisti che sono capaci trasformare la propria pratica in una fedeltà assoluta ad un’unica idea, ad un unico gesto, che non è una scelta intellettuale ma un qualcosa di totalmente incarnato con la loro psicologia. Tutti i suoi lavori sono registrazioni del tempo, le tele appaiono come monocromi ma in realtà sono stratificazioni che ci parlano del tempo. Non a caso le opere Irma Blank si trovano nella stessa sala dei lavori di Maria Morganti e della giovane cinese Liu Wei, perché sono tre artiste che lavorano sul colore ma che riescono a parlare di tempo attraverso il colore. Anche al tele di Irma Blank sembrano dei monocromi, ma l’artista traccia a olio linee di blu profondo che partono dal centro dell’opera e vanno verso l’estremità. Per l’artista blu è il colore dell’inchiostro, della scrittura per eccellenza, ed è come se la scrittura corsiva con i suoi arabeschi e movimenti si essenzializzasse e denudasse in una linea retta.  Nel blu profondo di Irma Blank sembra raccogliersi la memoria di tutto l’inchiostro con cui l’uomo ha raccontato la sua presenza e la sua aspirazione all’infinito. In quella sala tra Irma Blank e Maria Morganti è un po’ come se venisse ad implodere la contrapposizione tra la storia dell’azzurro e quella del rosso, tra il tempo divino e quello umano».

Fino al 23 luglio.

http://www.gamtorino.it

http://www.castellodirivoli.org

Yves Klein, Ritratto in rilievo di Claude Pascal, 1962
                                       Yves Klein, Ritratto in rilievo di Claude Pascal, 1962

 

 

 

 

 

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