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“Unemployment”: i rifiuti umani di Josh Kline

“Unemployment”: i rifiuti umani di Josh Kline

di Emanuele Rebuffini

Esseri umani impacchettati come rifiuti in sacchi di plastica. Scatoloni contenenti effetti personali dentro a luminescenti virus bolla. Carrelli della spesa ricolmi di oggetti color pelle. Una poltrona imbottita di carte finanziarie tagliuzzate. “Unemployment”, la prima personale in Italia dell’artista americano Josh Kline (Philadelphia, 1979, vive a New York), ospitata dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino fino al 12 febbraio, è una mostra potente, inquietante, di rottura.

Ventidue tra sculture, installazioni e video attraverso cui Josh Kline esplora le trasformazioni politiche e sociali del nostro tempo, offrendo uno sguardo critico sull’impatto che la tecnologia e la new economy hanno sulla vita degli individui nel XXI secolo. Dopo aver indagato i temi della politica e della democrazia nella precedente mostra “Freedom”, l’artista entra nelle viscere della disoccupazione frutto dell’automazione e dell’innovazione tecnologica, racconta la distruzione della classe media americana e dà forma ad un ipotetico e cupo scenario di un mondo prossimo al collasso.

 “Unemployment”, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo la personale di Josh Kline
          “Unemployment”, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo la personale di Josh Kline

“Unemployment” esplora il possibile destino della condizione umana, si chiede che cosa succederà tra dieci-venti anni ai milioni di professionisti della middle class in un mondo in cui potrebbero non più trovare lavoro. Sprofondati nella povertà, scartati da un sistema che non necessità più del contributo umano per funzionare, gli individui saranno ridotti a degli scarti, involucri abbandonati privi di ogni valore. «Josh Kline è un artista impegnato, schierato – spiega la curatrice Irene Calderoni – il suo è un lavoro che potremmo definire ‘propagandistico’ perché affronta questioni politiche e sociali con l’intento di veicolare un messaggio. A monte delle sue opere c’è una ricerca finalizzata ad analizzare le dinamiche che caratterizzano la realtà politica e sociale del suo Paese, ma che osserviamo in tutte le economie avanzate, e che lo portano ad individuare nella scomparsa della classe media americana l’evento che caratterizzerà la prossima grande crisi economica. Visione macabra di un mondo in cui le persone sono buttate via come rifiuti, in cui l’automazione e il processo tecnologico, che dovrebbero essere al servizio degli umani, si trasformano nella causa della loro distruzione. Il tracollo di un sistema sociale ed economico che l’artista proietta in un futuro molto vicino, da qui a uno o due decenni».

Josh Kline ha incontrato i modelli delle sue sculture in un’agenzia di collocamento di Baltimora. Donne e uomini vittime della recessione, persone di mezza età con incarichi anche prestigiosi: Elizabeth assistente amministrativo, Matthew responsabile prestito ipotecario, Joann avvocato, Brandon contabile, Maura piccolo imprenditore, Tom amministratore. Li ha conosciuti, ha ascoltato le loro storie, li ha ‘ritratti’ dando vita a sculture in gesso che sono riproduzioni in 3D. «Kline analizza gli effetti delle nuove tecnologie – aggiunge Irene Calderoni – ma, al contempo, utilizza per realizzare le sue opere proprio le tecnologie più innovative a partire dalla stampa in 3D. Le nuove tecnologie hanno innovato lo stesso linguaggio artistico, sono tanti gli artisti che ne fanno uso, sono un qualcosa di oramai acquisito e quindi di inevitabile nello stesso fare arte, ma Josh Kline non solo le utilizza, ma ne fa un oggetto della propria riflessione. Ha individuato sei persone diverse per età e professione, tre uomini e tre donne che diventano per l’artista una sorta di campione statistico. Persone reali a cui ha chiesto di diventare dei modelli, fotografandoli in particolari teatri di posa dove 80 apparecchi digitali hanno realizzato ritratti in 3D, poi stampati, dando così vita a sculture iper-realistiche. Una ‘oggettificazione’ delle persone tramite la tecnologia più avanzata».

 “Unemployment” è la prima personale in Italia dell'americano Josh Kline (1979)
            “Unemployment” è la prima personale in Italia dell’americano Josh Kline (1979)

Ad accogliere il visitatore è una poltrona imbottita di fogli finanziari fatti a brandelli con un trita-documenti (On Layaway): «Sono richieste di mutui, estratti conto, offerte di carte di credito – afferma Irene Calderoni – tutta quella corrispondenza che si accumula della nostra vita, che rappresenta la dimensione finanziaria della nostra esistenza. La poltrona è simbolo della dimensione domestica che viene attaccata dalla crisi economica, spazio protetto di una classe media agiata il cui benessere è stato a mano a mano eroso». E alla dimensione familiare rimandano anche gli oggetti contenuti in scatole avvolte in virus bolla (Contagious Unemployment), che ricordano le scene degli impiegati della Lehman Brothers mentre abbandonavano gli uffici dopo il crollo della società. Immagini iconiche di forte impatto emotivo, che alludono a una disoccupazione diventata virale e al fatto che le persone, perdendo il lavoro, sono considerate alla stregua di infetti da escludere. E i carrelli della spesa, ricolmi di oggetti d’uso comune in silicone e posti accanto alle sagome impacchettate, rimandano ai carrelli che i poveri riempiono di materiali da riciclo trovati nella spazzatura per poi rivenderli per qualche centesimo alle discariche, alludendo al fatto che a lattine e vetri viene offerta una possibilità di recupero non prevista invece per gli esseri umani.

"Visione macabra di un mondo in cui le persone sono buttate via come rifiuti" (Irene Calderoni)
    “Visione macabra di un mondo in cui le persone sono buttate via come rifiuti” (Irene Calderoni)

La mostra si conclude con un video che lancia un messaggio positivo. Irene Calderoni: «Con Universal Early Retirement, che sembra una pubblicità elettorale o uno spot promozionale, Josh Kline ci vuole indicare una prospettiva, una via d’uscita che identifica nel reddito di cittadinanza, uno strumento sperimentato in diversi contesti che si basa sull’idea di una redistribuzione del reddito e sull’assunto che la vita delle persone non debba essere identificata esclusivamente con il loro lavoro. La professione oggi definisce l’identità degli individui a tal punto che il venir meno dell’impiego genera depressione e perdita di interesse per la vita stessa. Josh Kline vuole dirci che noi non siamo solo il nostro lavoro, ma possiamo trovare altrove la fonte della nostra identità e delle nostre motivazioni».

www.fsrr.org

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