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Bertola sul Movimento 5 Stelle: “Dal grande successo al grande tradimento”

Bertola sul Movimento 5 Stelle: “Dal grande successo al grande tradimento”

di Carlo Savoldelli

Vittorio Bertola, ex consigliere comunale ed ex candidato Sindaco del Movimento 5 Stelle di Torino, interviene sul “caso Montalbano” con una riflessione pubblicata sul suo profilo Facebook. Una riflessione amara sull’evoluzione del Movimento nel quale ha creduto e dal quale si è allontanato. Il cuore del suo ragionamento è contenuto nei due paragrafi che pubblichiamo integralmente di seguito:

«Deborah, la sua attività, il suo quartiere, sono stati il cuore della campagna elettorale di Chiara Appendino; lo strumento scelto astutamente per spezzare nell’immagine la distanza siderale che oggettivamente esiste tra Chiara, ragazza bene della Torino benissimo, e la cosiddetta “gente comune”. Le cose che ha fatto Deborah sono probabilmente indifendibili sul piano legale e certamente lo sono su quello politico e su quello sostanziale, le sue dimissioni sono inevitabili, ma io non riesco a prendermela più di tanto con lei, che è solo un pesce piccolissimo e inconsapevole in un gioco molto più grande».

Me la prenderei di più, invece, con chi ha usato la gente come lei per ottenere il supporto delle periferie, promettendo di cambiare tutto, e poi non solo non ha mantenuto la promessa, ma, dopo un po’, scopre che quelli delle periferie sono gente problematica, impresentabile ai salotti buoni, e tutto sommato non servono più (mentre, per dire, quel Ceresa prima dirigente di Fassino e ora di Appendino, che si interessava alle multe degli amici, e soprattutto che ha guidato GTT nel percorso verso l’attuale quasi bancarotta, è ancora lì).

Nel suo intervento Bertola riflette, inoltre, sulla scelta del Movimento di nominare Deborah Montalbano a capo della Commissione Sanità e Servizi Sociali e allude a presunti favoritismi con il probabile obiettivo di voler sminare l’ennesima accusa confezionata dai suoi compagni di partito per costringerla alle dimissioni.

«La politica fatta così, con un giacobinismo dei poveri invece che con un percorso strutturato di crescita e di trasformazione personale, alla fine non può funzionare. E non funziona anche per un motivo molto più serio di questi che sono usciti sui giornali, dell’auto blu presa una volta per emergenza o dei duecento euro di taxi; perché il cittadino che ha subito tredici operazioni a cuore aperto, costruendosi per forza di cose nel frattempo una rete di amici che ne hanno subite cinque o sette o trenta, messo a governare la sala operatoria finisce per dimenticare le questioni di sistema e ragionare soprattutto sulle operazioni proprie e dei propri amici, senza una visione terza; inevitabilmente, confonderà il portare una voce con il doverla ascoltare e mediare con tutte le altre e con l’interesse collettivo». 

Parole destinate a lasciare il segno e a riaprire le ostilità tra le due anime del Movimento proprio nei giorni della visita torinese di Luigi Di Maio.

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