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Il “Sistema D’Agostino”, il Piemonte all’ombra del calcestruzzo della ‘ndrangheta

Il “Sistema D’Agostino”, il Piemonte all’ombra del calcestruzzo della ‘ndrangheta

Appalti e subappalti truccati sia di pubblici che privati spesso inconsapevoli, sono solo la punta dell’iceberg di quello che è successo a Torino negli ultimi 30 anni e che il giornalista Alberto Gaino, invitato a Palazzo di Città nella Commissione Legalità e contrasto ai Fenomeni Mafiosi, racconta nel suo articolo, “Storia di una infiltrazione negata”, pubblicato da Narcomafie.
Un’inchiesta sulle diverse «imprese mafiose», prima fra tutte la ‘ndargheta, che sembra aver trovato terreno fertile in Piemonte, raccontata attraverso lo studio e il materiale giudiziario e sui rapporti investigativi della Dia, Divisione investigativa antimafia.
L’organizzazione criminale che ha operato a Torino e nei territori circostanti allungando prepotentemente le mani sul settore dell’edilizia, «è una mafia che non spara e per questo ancora più pericolosa» afferma Gaino.
Alla fine dell’incontro, i consiglieri hanno concordato con la presidente di Commissione Fosca Nomis sull’eventualità d’istituire una commissione permanete a Palazzo di Città per approfondire l’argomento di appalti e subappalti che spesso avvengono con modalità poco chiare, con l’applicazione di regolamenti interni delle diverse aziende.
La proposta dei consiglieri comunali è giunta in seguito alla testimonianza di Alberto Gaino e del suo ritratto del personaggio chiave e imprenditore di mafia nel trentennio di maggiore cementificazione del territorio sabaudo, Ilario D’Agostino, oggi condannato in primo grado per riciclaggio del denaro del narcotraffico della ndrangheta, coinvolto nell’inchiesta Minotauro, dalla quale spunta in un’intercettazione mentre racconta le triangolazioni Calabria-Torino-estero della cosiddetta “edilizia finanziaria”.
Originario di Placanica in Calabria, D’Agostino, 52enne, sbarca nel capoluogo piemontese alla fine degli anni Ottanta, esattamente subito dopo il suo primo arresto, (avvenuto nel 1988 per una serie di gravi reati, dal sequestro di persona, detenzioni di armi e lesioni personali), ma poi assolto perché “il fatto non sussiste”.
Non è ben chiaro come D’Agostino abbia iniziato i suoi rapporti con la società “Rosso Costruzioni”, della quale sarà poi subappaltatore per 16 anni ma che all’inizio della sua carriera di imprenditore, gli forniva materiali e attrezzature quando faceva ancora il carpentiere, come racconterà poi Domenico Rosso.
Con la Ediltas, D’Agostino ottiene i suoi primi subappalti dalla Rosso fino a diventare il signore del calcestruzzo di Torino. Solo nelle Olimpiadi invernali 2006 ottiene bel cinque appalti: Campo di hockey, campo di short track, pattinaggio sul ghiaccio e Villaggio Olimpico, oggi conosciuto come ex Moi, occupato dai profughi.
Poi ottiene anche i subappalti delle coop, nonché di due dei nuovi svincoli dell’A4, del palasport di Leinì, della nuova sede Amiat, del nuovo istituto tecnico di Rivoli, e di parti dell’Ipercoop di Piossasco, del Conad dello stadio Juventus, della ristrutturazione dello Snos di corso Mortara, del nuovo stabilimento Pirelli di Settimo, della Meccanica 2 di Mirafiori, del lotto 2 del quartiere Venchi Unica. E poi ancora l’Agenzia per la Casa, per la costruzione di alloggi popolari e nelle Ogr, Officine grandi riparazioni per i 150 anni d’Italia.
Ilario D’Agostino, dopo il primo arresto nel 1988, ne subisce altri tre. Uno a Cherasco, nel 1999, con l’accusa di importazione di droga che però non intacca minimamente la sua reputazione di imprenditore, consentendogli di fatto, di continuare il suo lavoro nell’edilizia. Nel 2002, quando il giudice per l’udienza preliminare lo condanna con rito abbreviato a 3 anni e 4 mesi, D’Agostino diventa pregiudicato e per circa dieci anni sembra sparire dal radar della Magistratura. Nel 2009 però, la Dia di Torino lo arresta insieme al nipote Francesco Cardillo, con l’accusa pesantissima di «riciclaggio di denaro della ‘ndrangheta ricavato dal traffico di droga (operazione “Pioneer”)», per la quale viene condannato in primo grado a 8 anni e 6 mesi.
«I fatti raccontati da Gaino – dice Michele Curto, consigliere comunale di Sel in Commissione – sono facilmente contestabili poiché presi dai rapporti investigativi della Dia, ma come è possibile che i controlli fatti a quel tempo non siano bastati? Ad esempio quelli delle forze dell’ordine durante le Olimpiadi del 2006?». Sicuramente spiega Giano, il lavoro delle forze dell’ordine può servire solo se i controlli vengono incrociati tra loro, perché una fattura gonfiata va verificata nel contesto lavorativo dell’azienda che la emette.
«D’Agostino oggi ha domandato ai giudici di liberarlo dai vincoli restrittivi per consentirgli di tornare a lavorare nei cantieri, alle dipendenze di tal Paolo Selvaggio, intestatario della Build srl e per cui già lavora Francesco Mandaradoni, imprenditore calabrese che nel 2008 aveva emesso fatture per 945.918 euro a Italia Costruzioni» spiega Alberto Gaino che attraverso la sua testimonianza scritta smuove non poche domande.
Ilario D’Amico è forse interessato a qualche importante appalto nel 2016?
Il cosiddetto “Sistema D’Agostino” infatti, oggi apparentemente smantellato, si è avvalso per anni del supporto di commercialisti e notai torinesi, ma solo tre di loro vennero poi indagati e solo uno arrestato nel 2009, per scegliere poi il patteggiamento «ammettendo una qualche responsabilità di eccesso di collaborazione».
Ma come è possibile che in quegli anni nessuno si sia accorto di cosa succedeva durante le gare d’appalto? La paura maggiore è che questa mafia, che non usa armi ma calcestruzzo, possa continuare ad operare ancora oggi indisturbata, sotto mentite spoglie e con la complicità di chi invece dovrebbe tutelare investitori privati, pubblici e territorio.

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