Doveva vincere, non partecipare. Doveva divertire, non strascicare. Doveva trionfare, non soccombere. È andata come non doveva: il Brasile è clamorosamente fuori dalla Coppa del Mondo, subendo una schiacciante umiliazione dalla corazzata tedesca e facendo cadere ogni promessa di riscatto, sportivo politico e sociale, in una stregata notte. Non è bastato giocare la partita dei Mondiali in casa, anzi, la pressione degli occhi di 200 milioni di brasiliani ha contribuito a fomentare la disfatta di una squadra complessivamente mediocre, avente qualche indiscutibile e solitaria stella, dipendente però dal muro difensivo di Thiago Silva e dall’estro realizzativo di Neymar, che ieri erano assenti e che sicuramente sono anche psicologicamente mancati alla Nazionale verdeoro. L’elenco dei perché del fallimento brasiliano è ovviamente il gioco prediletto del “maledetto giorno dopo”, impossibile sciorinare tutte le scuse e tutte le colpe, vista anche la complessità dei livelli che annoverano, dallo shock della sconfitta calcistica al ridimensionamento dell’evento mondiale. I Mondiali 2014 dovevano essere il trionfo che spediva definitivamente in soffitta l’incubo del “Maracanazo”, ma invece alla figuraccia del 16 luglio 1950 se n’è aggiunta un’altra, forse ancora peggiore per come e in che contesto si è svolta, quella del “Mineirazo”.
Ritornano i riot?
L’immediata reazione del Brasile all’eliminazione dai Mondiali è stata registrata nelle lacrime e nella disperazione dello stadio Mineirao di Belo Horizonte e della spiaggia di Copacabana di Rio de Janeiro. Sarà da vedere se la delusione per la sconfitta comporterà cambiamenti sulla scena del grande evento, laddove il calcio per il Brasile non è semplicemente un gioco e le agitate premesse di contestazione del palcoscenico della Coppa del Mondo non sembrano del tutto essere sopite. I gol di Neymar, qualche settimana fa, hanno asciugato la partecipazione alle manifestazioni contro il governo di Dilma Rousseff, ma oggi lo scenario potrebbe andare a rovesciarsi. Ieri sera, dopo la partita, una ventina di pullman dell’azienda Vip sono stati dati alle fiamme in un garage di San Paolo, altri tre mezzi di linea sono stati invece attaccati nella capitale paulista. Saccheggi e vandalismi si sono verificati ai danni di diversi negozi. Ci sono stati scontri con le forze dell’ordine in diversi sobborghi, ma lo scontro più importante si è verificato a Belo Horizonte, dove cinque persone sono state fermate dopo aver bruciato una bandiera del Brasile, il che ha anche provocato le reazione nervosa della polizia che ha caricato e sparato gas lacrimogeni contro alcuni raggruppamenti di tifosi. All’oggi la realtà del sommovimento è ben minore e di difficile identificazione sociale e politica, se comparata con le imponenti manifestazioni di protesta di qualche mese fa. Le prossime ore saranno cruciali per comprendere lo stato di salute dei movimenti di protesta brasiliani, se questi decideranno di ritornare in scena.
Sconfitta nazionale
«Il Brasile deve rialzarsi, scuotere la polvere e tornare in cima». Non sono casuali le parole scritte su Twitter dal presidente Dilma Rousseff perché, visto che l’operazione della vittoria non è riuscita, la partita dei Mondiali per il Brasile deve chiudersi almeno con un pareggio. Le elezioni presidenziali del prossimo autunno si avvicinano, e la sconfitta calcistica del Brasile deve essere contenuta per non diventare una tragedia economica e politica per lo stato maggiore degli organizzatori dell’evento, per lo più in vista delle Olimpiadi del 2016. Il Brasile sul trionfo Mondiale ha investito tantissimo, nella speranza e forse l’illusione che la vittoria finale potesse portare un circolo virtuoso per l’immagine del Brasile: crescita consumi, maggiore occupazione, boom turismo, eccetera. Ma all’oggi il Brasile rischia l’esatto contrario, con le polemiche sui costi dell’evento che tornano a farsi sentire e con l’incubo della recessione che incombe sul paese. Tempi duri per il presidente Rousseff.
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