Chi l’avrebbe mai detto? Nel paese dove il gioco del calcio è una passione santa e collettiva, si arriva all’inaugurazione dei Mondiali di Brasile 2014 nella tensione di una situazione lacerata, intrappolata fra il sogno della sesta coppa e (soprattutto) la paura del malcontento popolare. Sul tavolo del bisticcio non c’è la magnificazione più o meno convinta del talento di Neymar & co. ma lo scempio economico e sociale compiuto, dicono nelle piazze, per il padrone della Fifa, Joseph Blatter. Questo rende la cifra della questione brasiliana, non tanto per le perdute parole di ottimismo sulla forza calcistica della Selecao ma, quanto mai, per le trasformazioni imposte e per gli investimenti sciagurati di una nazione, il Brasile, per l’allestimento di un evento planetario.

Sogno o incubo Mondiale?

È la seconda volta che il paese lusofono ospita i Mondiali: la prima volta avvenne in quel maledetto 1950, quando la nazionale verdeoro sottovalutò la sfida della finale che si giocò nello stracolmo stadio Maracanà, convinta di aver già il titolo in tasca ma venendo invece beffata dall’Uruguay di Alcides Ghiggia e Juan Alberto Schiaffino, originando l’incubo “Maracanazo”, una tragedia non solamente sportiva. Quest’anno il Brasile ha l’occasione, anzi secondo molti il dovere, di prendersi la sua rivincita, giocando nuovamente in casa, per offuscare la memoria di quello psicodramma collettivo. Sfidando i sondaggi che i media hanno allarmisticamente diffuso nelle ultime settimane, che hanno evidenziato una clamorosa contrarietà della popolazione brasiliana rispetto ai dirimenti Mondiali, vista la sventola cifra del 56%. Staremo a vedere cosa succederà da oggi in poi, per quanto già circolino banali pronostici su come battere le proteste: il miglior rimedio per governare le piazze, dicono, sarà la vittoria del Mondiale da parte del Brasile. L’eventuale trionfo potrà pure andare a distinguersi come discreto placebo nazionale ma risulta difficile immaginare che le soggettività cresciute in un anno abbondante di mobilitazioni si lascino abbindolare da una festa… Comunque sia oggi verrà inaugurata l’edizione della World Cup: la vetrina è lucidata, il banchetto è apparecchiato, i militari sono posizionati, lo show può iniziare.

Il Brasile della Rousseff

È il momento più difficile della presidenza di Dilma Rousseff. Sarà durissima per lei puntare al secondo mandato come capo di Stato del Brasile, perché il 5 ottobre si avvicina e la sua popolarità continua a precipitare. Quell’80% che l’aveva eletta è oramai solamente un malinconico ricordo. La donna che governa la più forte economia del Sudamerica è intrappolata nella sue guerre: l’economia non respira a sufficienza, lo scandalo della Petrobras volteggia impunito, la corruzione si conferma una spina nel fianco, le piazze annunciano fuoco e fiamme e il suo partito non sembra essere più disposto a sostenere le sue crociate. La Rousseff non può permettersi di fare un buco nell’acqua con i Mondiali: il Brasile sarà lo spettacolo che per settimane tutto il mondo guarderà e la “potenza nella periferia”, come viene definito spesso il Brasile nello scacchiere geopolitico degli anni duemila, che aspira a divenire una reale potenza mondiale, non può compromettere la sua marcia. Le fatiche nella coalizione dei Brics (che comprende anche Russia, India, Cina e Sudafrica), nel G20 così come presso il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale e le Nazioni Unite, rischiano di essere pregiudicate dall’instabilità internazionale che il Brasile ha mostrato nella preparazione della Coppa del Mondo. Questa la ragione essenziale della réclame governativa esercitata attraverso un mito brasiliano come Pelé, neanche lui risparmiato dalle contestazioni, così come dei pellegrinaggi ossequiosi della Rousseff alla corte svizzera di Blatter, con il quale si sono verificati numerosi diverbi a mezzo stampa.

L’illusione del moderno

La storia ce l’ha insegnato, i cicli capitalistici e le trasformazioni sociali non sono stadi ibridi, esenti dall’umana moltitudine in cerca di benessere e tranquillità economica, di essenziali bisogni come di desideri mercificati. Così come è innegabile notare come difficilmente la rivolta nasca dalla povertà ma si costituisca nelle onde positive dei consumi e della crescita. Quindi non è casuale osservare come il Brasile delle presidenze Lula e Rousseff abbiano creato le condizioni per collocare il paese, attraverso una poderosa crescita economica connessa all’export delle materie prime e le consistenti politiche di assistenza sociale, in uno scenario nuovo, nel quale alcune sacche di povertà sono state tamponate e si è formata una nuova classe media, creando le premesse per una vigorosa battaglia sociale richiedente una maggiore distribuzione della ricchezza, un adeguamento della rete di infrastrutture, un azzeramento della corruzione politica, un’erogazione di nuovi diritti e una regolazione migliore del welfare. Il sistema capitalistico è un ottimo distributore di illusioni, che soprattutto in mancanza dello stupefacente statale presenta il conto, e il sogno del benessere svanisce e la macchia delle vecchie e nuove povertà si estende. L’economia brasiliana che giunge ai Mondiali di calcio non è propriamente in salute: i dati pubblicati sul primo trimestre economico dicono che le aziende non investono e le famiglie consumano poco, che se non ci fosse ancora quella discreta spesa pubblica che sostiene artificialmente l’architrave brasiliano la situazione sarebbe ben peggiore. Il Pil, fermo a un misero 0,2%, sembra quello di un’economia della provincia meridionale europea, non di un paese cosiddetto emergente. La crescita si è fermata, il potere d’acquisto è stato dimezzato, l’inflazione ha superato il limite programmato del 6,5%. Lo scenario è, sinteticamente, questo, e le mobilitazioni sembrano difficilmente riassorbibili dal fascino della celebre “pelota”.

Oggi iniziano i Mondiali di Brasile 2014, sono state annunciate imponenti manifestazioni nei dintorni dell’Arena Corinthians di San Paolo, che è l’area metropolitana nella quale si sono maggiormente distinte le lotte contro la Rousseff, dalla Confederetion Cup in poi, oltre ad essere la città (casualità o imprudenza?) nella quale si giocherà la prima partita della Coppa: Brasile-Croazia. “Nao vai ter copa, na Copa vai ter luta” (Non avrete la Coppa, durante la Coppa ci sarà la lotta) hanno gridato nelle piazze lusitane, anche se è probabile che il taciuto sogno delle piazze del Brasile sia quello di una sesta coppa da mettere in bacheca e di un presidente deposto da festeggiare.

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