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Conti che non tornano

Conti che non tornano

di Battista Gardoncini

Nuovasocietà è una storica testata della sinistra torinese diretta da Diego Novelli, con una piccola redazione di giovani entusiasti. È presente online, all’indirizzo www.nuovasocieta.it, ma pubblica anche un mensile cartaceo dedicato agli approfondimenti. Sull’ultimo numero è comparsa una intervista di Andrea Doi al presidente del consiglio comunale torinese, il pentastellato Fabio Versaci, che a mio avviso spiega i motivi del successo dei Cinque Stelle e della parallela crisi del Pd meglio di molti sofisticati commenti politici.

Nulla sapevo di Versaci prima che un avversario politico mettesse in rete un video per sbeffeggiare la sua sintassi e le sue esitazioni in occasione della celebrazione del giorno della memoria in comune. Ricordo però di avere pensato che se non altro Auschwitz era per lui qualcosa di concreto e di importante, visto che c’era andato a 17 anni con la scuola e non se ne era dimenticato. E avevo anche apprezzato Il fatto che avesse scelto di parlarne in prima persona, a braccio, senza farsi scrivere un discorsetto di circostanza da qualche funzionario comunale.

Nell’intervista di Nuovasocietà ho scoperto qualcosa di più.

“Se mi devo mettere la cravatta per cambiare le cose, allora la indosso” dice sorridendo Fabio Versaci, confessando che prima l’aveva messa al collo solo due o tre volte “ai matrimoni dei miei amici”. Nato nel quartiere Vanchiglia nel 1987, dall’età di dieci anni vive ad Aurora. Due realtà popolari che gli sono rimaste nel cuore. Secondo di tre fratelli, perito chimico, diplomato al “Casale”, dove era anche rappresentante d’istituto, ha fatto tanti lavori: grafico, muratore, elettricista. Padre e madre operai. Ed è proprio questo contesto familiare che fa schierare Fabio Versaci dalla parte degli ultimi.

Come? Votando per i radicali, poi per Rifondazione Comunista, poi per l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, nella convinzione che fosse l’unico modo per mandare a casa Berlusconi. Infine, nel 2009, l’incontro con i Cinque Stelle, e due anni dopo l’elezione nel consiglio di circoscrizione Aurora, Vanchiglia e Vanchiglietta. Cito ancora dalla intervista di Doi. “Ho sempre vissuto qui, la vita popolare del borgo. Mi ricordo quando ero bambino e andavo con mia madre al mercato e alla latteria. Tutti ci conoscevano e si viveva la comunità. Aurora a fine anni ’90 era un quartiere difficile, c’era soprattutto microcriminalità. Però adesso la situazione è migliorata. Io vivo lì da vent’anni, e qualcosa è cambiato”.

Insomma, una storia operaia come tante. Una storia che in passato ormai lontano avrebbe avuto un esito quasi scontato di militanza nel vecchio PCI o nella vecchia DC, con i dibattiti nelle sezioni, il volontariato nelle feste di partito, i volantinaggi, i banchetti per la raccolta delle firme. Attività che da anni, nel partito erede di quelle tradizioni, non esistono quasi più, e quando esistono sono considerate semplice folklore, tempo sottratto alla “vera” politica fatta negli uffici degli assessorati.

Invece Versaci continua a crederci, e continua a credere che la politica sia fatta anche di gesti simbolici. “La politica per me si fa tutti i giorni, da quando uno si sveglia al mattino a quando va a letto. Mi alzo, esco di casa, prendo la bicicletta e vado in comune. Anche quella della bici è una scelta politica. È dal 2009, da quando sono entrato nel movimento, che non uso più l’automobile”.

Quasi inevitabile, dunque, che abbia trovato altrove la sua strada. “Il nostro – spiega nell’intervista – è un movimento che ha permesso a persone come me di diventare presidente del consiglio comunale di Torino. È riuscito a fare ricoprire dei ruoli istituzionali a donne e uomini che sono partiti dal basso. Io ho avuto cinquecento voti e per la mia campagna elettorale ho speso novantasette euro per volantini e biglietti da visita. All’opposizione in sala rossa c’e’ chi ha preso migliaia di voti, ma ha speso anche trentamila euro”.

L’intervista di Doi affronta anche altri temi: il ruolo istituzionale di Versaci, la scelta No Tav, Grillo e Casaleggio, le difficoltà della giunta Appendino, le alleanze internazionali del partito, i rapporti non sempre facili con il mondo dell’informazione. Molte delle risposte non convincono. A volte sono ingenue, spesso si limitano a riproporre le argomentazioni propagandistiche dei blog del movimento. Anche in questo, peraltro, chi è abbastanza anziano non può fare a meno di vedere qualche affinità con alcuni militanti del vecchio PCI che, partendo dalla gavetta delle sezioni, arrivarono a ricoprire ruoli importanti nel partito, nel sindacato e nelle istituzioni. Alle loro spalle quegli uomini avevano una nobile tradizione, un partito strutturato, e riferimenti culturali ben più solidi delle esternazioni di un comico prestato alla politica. Tutte cose che oggi non esistono più. Superate dalla storia, potrebbe obiettare qualcuno, ma la passione politica e la voglia di cambiamento non si rottamano. Invece si è preferito dimenticarle, nella convinzione che potessero essere sostituite dal miraggio di una poltrona in giunta.

Prima o poi qualcuno si accorgerà di avere fatto male i suoi conti.

oltreilponte

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