Se anche la vendetta sportiva è un piatto che va gustato freddo, la nazionale azzurra di calcio del “Mancio pensiero” si è addirittura sportivamente superata ieri sera a Chorzow contro la Polonia, nella partita-spareggio per rimanere nella serie A della Nations League. In purgatorio ci finiranno dunque gli altri.

Quegli stessi per cui si è aspettato 44 anni, tre mesi e 21 giorni per saldare i conti. Da quel fatidico 23 giugno del 1974, quando la Polonia decretò il nostro prematuro addio dai Campionato mondiali di calcio in Germania, iniziatosi e spentosi tra un mare di polemiche senza soluzione di continuità dalla partenza della spedizione, durante le partite del girone che disputammo contro Haiti e Argentina, all’arrivo in patria.

Una piccola grande soddisfazione, dunque. Si potrà obiettare che i polacchi furono già cucinati nel 1982 in Spagna, al Mundial dominato dalla seconda fase in avanti dai moschettieri di Enzo Bearzot. Ma quella era una partita di semifinale già scritta, che non aveva storia, cui mancava soltanto il timbro del risultato ufficiale per passare in archivio e soprattutto, impossibilitata a provocare ferite nell’animo dei polacchi, più che soddisfatti di dov’erano arrivati.

Nel 1974 la nazionale era nelle mani del saggio Ferruccio Valcareggi in panchina, lo “zio Uccio” che ci aveva raccolti dalla disastrosa serata della Corea in Inghilterra nel 1966 e portati in alto a Roma, primi nel cielo d’Europa a caratteri cubitali nel ’68 , dopo una rocambolesca e sofferta doppia finale sulla Jugoslavia, una signora squadra, con dei signori giocatori. E con la cintura di Campioni d’Europa sfidammo due anni dopo il Brasile per la Coppa Rimet, il campionato del mondo.

In quel 1970 “Zio Uccio” aveva formato un mosaico di tessere irregolari come lo possono essere soltanto le primedonne, da Gianni Rivera e Sandro Mazzola in staffetta a Gigi Riva “Rombo di tuono”, e di altre nove squadrate, tagliate con l’accetta che rispondevano ai nomi di Albertosi, Burgnich, Facchetti, Rosato e Cera in difesa, Bertini e De Sisti a centrocampo, Domenghini “Domingo” ala destra e Boninsegna centroavanti, quest’ultimo acciuffato al volo per i lunghi capelli, quando la punta titolare Pietro Anastasi alla vigilia della partenza oltreoceano si era scoperto rotolante a terra per l’infiammazione dell’appendice.

La finale a Città del Messico fu l’ultima fermata per l’ultimo dei trofei romantici, quella Coppa Rimet nata nel 1930 e destinata in via definitiva a chi avesse vinto tre volte il torneo mondiale. Brasile e Italia erano alla pari. Gli azzurri e noi con loro si sognò per un tempo, i verde-oro dei fenomeni Pelé, Rivelino, Jairzinho, Carlos Alberto, Tostao  fecero festa nell’altro.

Quattro anni dopo in terra tedesca ci si aspettava se non una piena conferma, almeno un dignitoso cammino oltre il primo turno, con quel che restava dei “messicani”, di coloro che avevano resistito al rinnovamento e a qualche epurazione, e il “nuovo” incarnato dai legionari della Lazio che avevano sorpreso tutti regalando all’altra metà di Roma il primo scudetto della sua storia sotto la regia del “mago” Maestrelli in panchina. Chinaglia, Wilson e altri ancora si rivelarono però più bravi a dividere che a unire, complice anche la mollezza dei dirigenti federali che non aiutarono Valcareggi a districarsi nelle continue diatribe e polemiche alimentate dai vari clan che asfissiavano la nazionale.

Alle ore 16 del 23 giugno 1974 si arrivò a Stoccarda con la convinzione che il pareggio, sufficiente all’Italia per andare avanti, sarebbe stata soltanto una formalità. Valcareggi si affidò agli intramontabili Zoff, Facchetti e Burgnich, ai duri Benetti e Morini, al fantasista bianconero Causio, a Fabio Capello, l’eroe di Wembley, che aveva firmato l’anno prima la prima vittoria azzurra in casa degli inglesi, al capoclan laziale Chinaglia, a Mazzola e ad Anastasi.

La Polonia non si impressionò più di tanto. Dopo aver saggiato gli azzurri andò in goal al 38′ con Szarmach e raddoppiò sul finire del tempo con il capitano dell’Esercito polacco Deyna, un divo in patria. Fu l’inizio del tramonto per l’Italia pallonara che contrastava con il sole raggiante che splendeva su tutta la penisola, isole comprese. L’arbitro poco sportivamente fece poi il resto e il goal di Capello a cinque minuti dalla fine rese ancora più amara la sconfitta.

La luce così si spense. Ieri sera una bell’Italia l’ha riaccesa.