Sabato 19 gennaio sarà in Piemonte per sostenere la mozione “Sempre avanti” che la vede in corsa per la segreteria nazionale del Partito Democratico in ticket con il parlamentare romano Roberto Giachetti. Anna Ascani, 31 anni, umbra, storica della filosofia italiana, parlamentare dal 2013, nel 2016 è stata indicata da Forbes tra i trenta personaggi under 30 più influenti della politica europea e nel settembre 2018 è stata l’unica italiana a partecipare alla tavola rotonda di 11 leader emergenti, organizzata ad Amsterdam dalla Obama Foundation alla presenza dell’ex presidente Obama.

Una candidatura, quella Giachetti – Ascani, che è nata pochi giorni prima l’avvio delle convenzioni tra gli iscritti dem e che li vede determinati a concorrere alle primarie del prossimo 3 marzo in competizione con Maurizio Martina, Francesco Boccia, Nicola Zingaretti, Dario Corallo e Maria Saladino

Perché questa candidatura in zona Cesarini? 

Roberto Giachetti e io abbiamo deciso di candidarci perché abbiamo riconosciuto nella comunità del PD tanto buon senso che giustamente si rifiutava di mimetizzarsi da senso comune. Mi spiego meglio: tra coloro che si sono candidati al congresso prima di Roberto e me, si possono trovare giudizi sull’operato dei governi del PD (e specialmente di quello Renzi) che vanno dall’abiura, alla necessità di chiedere scusa ai cittadini per come abbiamo governato, al tatticismo del “sì abbiamo governato bene, però abbiamo anche tanto sbagliato”. Nello stesso modo, riguardo a un altro tema cruciale, gli altri candidati al congresso hanno prodotto dichiarazioni e mezze dichiarazioni le cui sfumature vanno dall’idea che il PD e il Movimento 5 Stelle debbano naturalmente allearsi all’idea che perlomeno debbano sedersi al tavolo per ragion di Stato un po’ pelosa. Tanti iscritti ed elettori del PD semplicemente rifiutano questo profluvio di senso comune e rivendicano un po’ di buon senso: il buon senso di voler portare in eredità al futuro il riformismo della passata stagione di governo, il buon senso di considerarsi altra cosa rispetto ai populisti che stanno sfasciando il Paese. Io e Roberto ci siamo messi a disposizione per rappresentare queste idee, che avevano tutto il diritto e, mi permetto di dire, pure un po’ di dovere di presentarsi al congresso in maniera chiara.

Quali reazioni alla vostra candidatura avete raccolto in giro per l’Italia nelle prime settimane di congresso?

Il modo in cui la nostra candidatura è stata accolta ci ha confortato dal primo istante che non avessimo preso un abbaglio e che ci fosse un popolo democratico che non vedeva l’ora di rimettersi in cammino. Dalla raccolta di firme in ventiquattro ore durante le quali siamo stati inondati di mail, raccomandate, corrieri espresso, ai contributi tematici anch’essi pervenuti copiosamente e in tempo record, all’entusiasmo con cui siamo accolti in giro per l’Italia quando presentiamo la nostra mozione: credo che questi siano segnali molto belli e chiari. La nostra mozione nasce senza tatticismi di corrente e gruppi dirigenti, senza autocensure preventive: si tratta delle idee che abbiamo sempre avuto, del compimento naturale di un percorso. Penso che spontaneità e chiarezza in questa fase complicata per il PD siano delle ottime qualità.

Il Piemonte, a partire dalla sconfitta nel capoluogo, è stata tristemente precursore di una tendenza nazionale culminata il 4 Marzo 2018. Quali sono secondo lei i destini locali e nazionali del riformismo?

In Europa tira una brutta aria politica: per fare un paio d’esempi recentissimi, lo stiamo vedendo in maniera seria Oltralpe e in maniera drammatica in Polonia. In Italia, tira un’aria doppiamente brutta per la nostra parte politica: oltre al vento nazionalista e di destra, ce n’è un altro tristemente endemico nel nostro paese, ossia l’antipolitica. Questo crea delle condizioni politiche di certo non agevoli per il Partito Democratico. Eppure, per un certo periodo siamo sembrati in grado di fermare questo vento ed è da quei principi ispiratori che secondo me dobbiamo ripartire: non possiamo fare abiura del nostro riformismo, che è una componente costitutiva del Partito Democratico che spero nessuno metta in dubbio. Possiamo e credo dobbiamo declinare in maniera radicale il nostro riformismo: abbiamo vinto quando abbiamo saputo convincere delle nostre intenzioni e della nostra capacità di cambiare profondamente le cose. Il Partito Democratico non nasce per vivacchiare e fare manutenzione ordinaria allo stato delle cose: il desiderio di cambiamento ci qualifica e può rivelarsi determinante ai fini degli esiti elettorali.

In Piemonte, il recente congresso regionale del Partito Democratico è diventato a suo modo un piccolo caso, in virtù di una sorta di ribaltone che ha portato in minoranza negli organismi il primo classificato al congresso. Che ne pensa?

Per carità le scelte degli organismi dirigenti del Partito Democratico sono tutte legittime. Da un punto di vista politico questa però non la condivido per varie ragioni che vanno oltre il Piemonte ed è su queste che mi permetto di ragionare. La prima ragione ci riporta al discorso da cui siamo partiti: la scelta che si è consumata in Piemonte sembra ispirata a una volontà di cesura rispetto al Partito Democratico di governo che abbiamo visto nella scorsa legislatura. Penso che questo sia ingeneroso, ma anche poco sostenibile alla lunga davanti all’opinione pubblica: proprio mentre il governo degli sfascisti sta portando un bel segno meno in dote all’Italia, noi che abbiamo riportato il segno più in questo paese dovremmo difendere perlomeno alcune nostre trincee fondamentali, invece di abbandonarle tutte frettolosamente.  La seconda ragione riguarda l’idea di partito e l’accountability come principio ispiratore delle scelte politiche: per sconfiggere il primo classificato, si sono dovute unire due minoranze che propugnavano delle piattaforme programmatiche assai diverse. Quando succede questo, se va bene si produce l’immobilismo: ovviamente mi auguro di sbagliarmi e che il PD piemontese funzioni bene e ottenga risultati. Non nascondo, però, che la scelta che si è recentemente compiuta mi lascia perplessa.

Il Piemonte è in questi giorni al centro del dibattito politico nazionale per la questione della TAV. Quali sono le vostre posizioni al riguardo?

Pensiamo che il nostro Paese abbia un drammatico bisogno d’infrastrutture, che vanno dal digitale (su cui moltissimo abbiamo lavorato nella scorsa legislatura) a ferrovie, strade, trasporti. Siamo con forza nella piazza che dice sì alla TAV e ci siamo con tutti i vertici delle istituzioni che esprimiamo nel territorio toccato dalla questione. Credo che da questo punto di vista, nel PD ci siano ormai davvero pochi dubbi per lo più residuali. Il punto politico sul tema che tocca il PD è un altro, secondo me: com’è possibile anche solo aver pensato che si potesse governare con una forza politica che vuole fermare la TAV e sta cercando di farlo con una pantomima indegna, che voleva fermare la TAP, che voleva nazionalizzare Autostrade, che vuole nazionalizzare Alitalia etc etc etc? Noi siamo costitutivamente diversi dai populisti, a partire dall’idea di democrazia, di rispetto delle minoranze e del pluralismo, fino ad arrivare all’idea di sviluppo del paese. Il governo gialloverde ha tassato il terzo settore (l’ignominiosa “tassa sulla bontà” di cui poi Di Maio ha fatto abiura solo a parole), mentre i governi del Pd ne hanno riconosciuto l’enorme valore per lo sviluppo del paese (e tra l’altro, l’unica mozione congressuale che riprende queste idee è proprio la nostra). Di Maio ha messo il proprio nome su un decreto che aumenta la disoccupazione e mentre l’Italia, grazie al suo fattivo contributo, sta tornando in recessione, vuole bloccare le grandi opere vagheggiando di un futuro bum economico. Ma noi democratici esattamente cosa avremmo da spartire con uno così?

Come detto la giovane parlamentare democratica presenterà direttamente la mozione congressuale che condivide in tandem con Roberto Giachetti sabato 19 alle 12,45 alla convenzione del Pd di Rivoli, alle 14 ad Alpignano, alle 18 a Chivasso. In serata sarò a Novara.