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Dialogo e pace. Comunque?

Dialogo e pace. Comunque?

di Vittorino Merinas

La croce nell’America Latina mise piede e si sviluppò sulla punta della spada dei conquistadores. Due poteri che camminarono sempre di conserva pur tra scaramucce per avvantaggiarsi l’uno sull’altro. Allo Stato l’amministrazione, alla chiesa la primazia morale e spazi indiscussi per le sue molteplici attività, in un rapporto di oscillante equilibrio vigilato dalle rispettive gerarchie: le svariate oligarchie del momento per il primo, l’episcopato per la seconda. Tutto e sempre per il bene del popolo, operato per secoli sulla base di una teologia morale secondo la quale la ricchezza non è peccato, ma dono di Dio meritorio se ha una funzione sociale. La chiesa raccatta le briciole da fastose mense, cui non disdegma sedersi, distribuendole ai diseredati, potenziali perturbatori della civile convivenza, condizione per riprodurre il capitale, bene sommo che tutti sfama e rende felici.

Lo storico connubio tra sacro e profano non ha ceduto al tempo, anzi ha raggiunto un momento di grazia e solidità nella seconda metà del secolo appena trascorso, quando lo Stato liberale e la chiesa hanno dovuto affrontare un comune, temibile nemico, considerato minaccia alla stessa loro esistenza, il comunismo, che li ha impegnati in una guerra lunga, senza confini e priva di scrupoli. Si trattava di sconfiggere un combinato di dottrina ed azione che ad un progetto di rivoluzione economica e sociale associava una visione ateistica della realtà. Una guerra vissuta come una crociata che ha affratellato, verificata l’inefficacia di condanne e preghiere, neoliberismo e altare contro quello che era ritenuto “impero del male”. Impavidi condottieri il presidente degli Stati Uniti, Donald Reagan, e l’esuberante neo eletto capo della chiesa cattolica, Karol Wojtyla.

Il teatro cruento della guerra del secolo fu il Sudamerica, area dalle mai superate povertà e discriminazioni sociali, dove le nuove idee di riscatto degli oppressi e degli sfruttati andavano suscitando molteplici e fortemente motivati movimenti di liberazione dalle combutte oligarchiche da sempre dominanti sotto l’ala protettiva del potente e vorace vicino nordamericano. E la chiesa si associò risoluta all’impresa. La sua rete organizzativa era un’impareggiabile fonte di informazioni e la sua predicazione contro il comunismo ateo e sovvertitore dei valori tradizionali un’ottima copertura morale alle illegalità e violenze da mettere in opera per riconsegnare intatto il potere ai potentati politico-economici di sempre. Il Vaticano aprì le porte a membri del governo e dei servizi segreti statunitensi, indicando così agli episcopati sudamericani la linea di condotta. Occhi chiusi e bocche cucite su illegalità, diritti umani violati, torture, squadroni della morte, sparizioni di oppositori… Due feroci dittature sottaciute ed anche giustificate da molti vescovi come forme eccezionali di lotta ai nemici della pace sociale e della fede. I pochi vescovi con schiena ritta e parole ferme di condanna, isolati e abbandonati al loro destino. Era l’indicazione della Santa Sede trasmessa dal comportamento dei suoi ambasciatori: monsignor Angelo Sodano in Cile e Pio Laghi in Argentina che continuavano a mantenere i buoni rapporti di sempre ed anche frequentazioni amicali con i gerarchi delle due dittature. Karol Wojtyla visitava, senza una parola di condanna, i due Paesi listati a lutto e irrorati dal sangue, non mancando di affacciarsi al balcone del palazzo presidenziale cileno a benedire sorridente affiancato dal sanguinario dittatore Pinochet.

In abbagliante contrasto con la gerarchia nel suo complesso consenziente o silente, alcune figure di vescovi ed in particolare di semplici sacerdoti non hanno abbandonato la loro gente, facendo proprie le ragioni degli ultimi, condividendone sofferenze e violenze fino a mescolare il proprio al loro sangue. Una porzione di chiesa umile, non parolaia, ma determinata; pastori di periferia odoranti del loro popolo ante Francesco; rifuggenti la visione d’un Dio creatore d’un mondo a scale nel quale per gli infimi non c’è redenzione e d’una chiesa che tende la mano ai ricchi per tacitare i poveri; non timorosi, infine, di associare alla parola teologia la parola “liberazione”. Pastori allora emarginati per le loro posizioni, poi martiri obliati per decenni, oggi, depurati col tempo dalle ragioni del loro sacrificio, recuperati dall’istituzione chiesastica per avviarli agli “onori degli altari”, autocelebrando, così, se stessa come perenne olocausto per il bene dell’umanità. I vescovi Enrique Angelelli, argentino, e Oscar Romero, salvadoregno, con la sequela di preti e laici che come loro hanno dato il sangue per e con gli umili, dovrebbero essere lasciati e ricordati come furono, stimolo a coloro che in America Latina, e non solo, ancora combattono per le stesse ragioni. (2, continua)

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