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E la chiamano estate…

E la chiamano estate…

di Michele Paolino

Un’estate all’insegna delle ordinanze di divieto. L’ultima in ordine di apparizione ė quella contro i barbecue alla Pellerina, quella più originale è contro le zanzare (ricordatevi di togliere l’acqua dai sottovasi), quella più contestata è la ormai famosa disposizione contro la vendita degli alcolici in contenitori di vetro nei luoghi della movida. A tutto ciò si aggiunge l’intervento dei vigili due sere fa in piazza Castello per vietare balli e canti occitani (a breve un’ordinanza contro i flash mob?). Per non parlare dell’ormai lungo elenco degli eventi che c’erano e che non ci sono più, impoverendo il tessuto e l’offerta culturale di Torino.
Ma questa ormai lunga sequela di divieti impone tre riflessioni.

La prima è collegata allo strumento utilizzato: l’ordinanza, che sfugge ad ogni controllo democratico e ricorda molto gli editti, prerogativa dei pretori romani e degli imperatori, e le grida manzoniane. Perché su temi del genere non è stato utilizzato invece lo strumento della delibera di giunta o, ancor meglio, quello del regolamento che è una delibera prerogativa del Consiglio Comunale? La risposta è semplice: perché altrimenti bisogna discuterne (in alcuni casi con associazioni di categoria o con i comitati di cittadini), bisogna passare dal Consiglio (e si sa, la democrazia ha i suoi tempi), perché hanno un valore spesso più comunicativo che efficace, perché fatti di corsa per dare l’idea di affrontare il problema senza però poi sostanziarli con atti che prevedano un impegno da parte dell’amministrazione, limitandosi al mero divieto.

La seconda riguarda il fatto che queste ordinanze nascondono un approccio esclusivamente educativo, o peggio rieducativo, da parte di un’amministrazione che vuole svolgere un ruolo pedagogico verso i cittadini solo attraverso atti vessatori e tassativi, come se una mamma o un papà si limitassero a dire non fare questo o non fare quello e a dare solo castighi e punizioni ai propri figli.

La terza è legata a quale idea si abbia di fruibilità degli spazi pubblici e di socialità, al come si può coniugare il rispetto del diritto al sonno e alla quiete, della cura degli spazi e dei luoghi pubblici con il desiderio di ritrovarsi, di vivere quelli spazi e quelle occasioni di socialità. Insomma, Torino vuole tornare agli anni ’70 quando alle otto di sera si chiudeva in casa a doppia mandata o vuole mantenere quel profilo di città viva e vivace che aveva assaporato con le notti olimpiche? Queste ordinanze rimettono in discussione quel modello di città che faticosamente si era costruito facendo scoprire al mondo Torino come una bella e sorprendente città di respiro europeo.

E le zanzare intanto continuano imperterrite ad infastidirci, in barba all’ordinanza.

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