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Il potere si merita ogni giorno

Il potere si merita ogni giorno

di Angelo d’Orsi

La campagna elettorale del Movimento Cinque Stelle a Torino era stata incentrata contro quello che, a partire da un fortunato volume di Maurizio Pagliassotti, era stato chiamato “Sistema Torino”. Un coacervo di interessi, economici finanziarti giornalistici e politici, formatosi introno al Partito Democratico, o meglio ai suoi vertici, e che nel corso degli anni – i famosi 23 anni ininterrotti di governo della città rivendicati con orgoglio alla vigilia del secondo turno elettorale – era cresciuto nelle dimensioni e nella potenza, fino a diventare, appunto, sistema.

In pratica nel capoluogo piemontese pressoché nulla si poteva fare al di fuori del PD, contro il PD, senza il PD. Un circolo chiuso che aveva in mano la città e, in un combinato disposto, largamente, anche la regione. Il movimento fondato da Grillo e Casaleggio,aveva trovato sotto la Mole un volto nuovo tra i nuovi,un volto femminile sorridente, nella persona di Chiara Appendino – per formazione, ascendenze familiari e culturali tutt’altro che un’incendiaria – ha vinto una sfida che pareva impossibile. Ha vinto perché il suo messaggio fu forte e chiaro: rompere il sistema, spezzare l’oligopolio, e rovesciare le politiche sociali, urbanistiche, economiche della città. La sfida nel famoso dibattito tra Appendino e Fassino fu vinta quando con molta prontezza a un gongolante sindaco in carica che vantava le code ai musei cittadini, replicò a muso duro: “vada a vedere le code davanti alle mense Caritas”.

Fassino, Chiamparino e il loro ampio entourage di partito e di clientele rappresentavano i “poteri forti”, il blocco edilizio, la rendita fondiaria, e una serie di lobby che si erano incrostate intorno ai centri vitali dell’ex capitale. Appendino fu portata alla vittoria, ampia senza ombre, da quanti erano stufi di un dominio che non sempre era egemonico, ossia un grumo di potere non necessariamente alla forza era in grado di associare il consenso. Fu un messaggio che attrasse molti anche a sinistra, come chi scrive. E votai convintamente fin dal primo turno Appendino, pur senza votare la lista M5S.

A distanza di una anno mi dichiaro sostanzialmente deluso. La “rivoluzione” annunciata non c’è stata,. La nuova Amministrazione è venuta rapidamente a patti con i poteri forti che voleva debellare, e il progetto politico complessivo non è neppure emerso con quella nitidezza con cui veniva annunciato. La proclamata volontà di “coinvolgere” la cittadinanza, creando “tavoli di lavoro”, lo stesso messaggio della “partecipazione” +è sembrato venir rapidamente meno<; e l’ideologia della “trasparenza” non sembra essersi tradotta in una vera pratica operativa. E su tutto ha prevalso l’eterna logica del potere: le stanze chiuse degli arcana imperii.

Eppure, fino a qualche settimana fa, anche i delusi dell’Appendino – un circolo virtuale al quale mi considera iscritto – erano ancora disponibili a dar credito alla Giunta e alla signora sindaco. Poi accadde quello che. Con bella faccia tosta, è stato definito l’imponderabile, la notte della finalissima, il maledetto sabato 3 giugno. Parlare ora sa di senno di poi: ma avevo visto le primissime immagini, ossia prima del fischio di inizio della partita che avrebbe dovuto consacrare il Juventus Football Club tra i grandi del mondo, e avevo immediatamente commentato che la situazione era da paura. Un solo schermo, in una piazza piccola, chiusa, ingombra di banchetti di vendita, di transenne, dove gruppi di tifosi (una specie particolare del genere umano) stavano già dando prova di essere null’altro che un “branco di scimmie urlatrici”, come Antonio Gramsci appellò i futuristi che si esibivano sguaiatamente nelle loro serate di autopromozione. Il rischio di incidenti era altissimo, palese: e in un luogo che è uno dei più preziosi del centro, non a caso chiamato”salotto cittadino”. Era il caso di concedere Piazza San Carlo a questo tipo di manifestazione? La Juventus l’aveva pretesa, si è detto. E la sindaca è appassionata seguace della squadra al punto da recarsi in volo a Cardiff per seguire la partita che sarebbe finita con un fiasco clamoroso, e meritato da ogni punto di vista. Peccato che intanto il cuore di Torino venisse invaso da decine di migliaia di persone di ogni età, non solo torinesi, per assistere al match: e la massima autorità cittadina era lontana, convinta del fatidico “che cosa mai dovrebbe succedere?”. E anche il suo vice, l’architetto Montanari, era fuori, impegnato in una gita in bicicletta che lo ha tenuto lontano da Torino per tutta la giornata e serata. Né si ebbero notizie di assessori. Missing anche comandante della polizia municipale, questore, prefetto. La città impegnata in una prova di resilienza alla folla, in un luogo sensibile, fu lasciata senza direttive, senza guide, senza regole.

E la folla divenne presto follia. Con tutto ciò che ne è seguito e che ha dell’assurdo, non perché incredibile, ma perché perfettamente prevedibile. Tirare in ballo l’11 settembre e il terrorismo, come ha fatto la Signora Appendino appare grottesco. Come il suo invito, ormai divenuto un motto di spirito che fa strage di “Like” sulla Rete, ad “andare avanti col sorriso sulle labbra e gli orizzonti negli occhi”. La morte non si era ancora palesata, allora, ma anche prima ci si sarebbe attesi ben altro atteggiamento; c’erano comunque oltre 1500 feriti, e un numero incalcolato di traumatizzati (un mio amico è rimasto sotto una transenna a lungo, schiacciato e paradossalmente protetto da quello “scudo” metallico, e ne ha riportato oltre a gravi contusioni, uno choc che, dice, non supererà mai). L’ordinanza ridicola contro le bevande in bottiglia e lattine portate fuori dai locali, classico esempio delle porte della stalla sbarrata dopo la fuga dei buoi, ha finito per peggiorare la situazione, con il suo carattere all’insegna di un proibizionismo già sconfitto dalla storia, ovunque. E grazie anche al pericoloso Decreto Minniti, la sindaca-sceriffa si è poi vista sottrarre l’iniziativa da un altro, ben più pericoloso branco di scimmie urlatrici, un reparto di poliziotti che hanno realizzato il capolavoro di aggredire una intera piazza, stavolta a Vanchiglia, sembra per reazione al maltrattamento di una loro collega. Una spedizione punitiva che neppure ai tempi della famigerata Celere di Mario Scelba si vide mai: una spedizione in perfetto stile fascista, in sintesi. E ancora il balbettio della sindaca, la “sorpresa” delle autorità di polizia, l’annunciata inchiesta ministeriale: il solito balletto a cui siamo tristemente avvezzi. E intanto, invece di dire no alla Festa di San Giovanni, almeno per rispetto della Signora Erika Pioletti, uccisa dalla folla, si è voluto dare il segnale di un impossibile ritorno alla normalità: con un ukaze ridicolo, che ha blindato Piazza Vittorio Veneto e dintorni, con norme in grado di scoraggiare anche i più accaniti festaioli. E il 24 giugno è stato un flop della città, proprio come quello di venti giorni prima, senza feriti, senza morti, ma con un senso diffuso di impotenza e di ridicolo dal quale non vedo vie d’uscita in tempi brevi.

La città oggi, e su questo dò ragione a Sergio Chiamparino, appare in una situazione di marasma. Una città allo sbando. V’era una sola cosa da fare, il 4 giugno, una sola: dimissioni della sindaca, della sua Giunta, ma anche di questore e prefetto e comandante dei vigili urbani. Sarebbe stato un gesto di attenzione alla popolazione di Torino. Un gesto di rispetto per i feriti, Un’ammissione di responsabilità. È probabile che le dimissioni sarebbero state respinte, ma sarebbe stato un gesto importante. Da compiere, e da compiere subito. Il potere non si può considerare meritato soltanto perché si è ottenuti qualche migliaio (o centinaia di migliaia, non cambia) di suffragi in più dell’avversario. Il potere si deve meritare ogni giorno.

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