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Le indifferenti

Le indifferenti

di Marco Albeltaro

Al Louvre è conservato un piccolo ma famosissimo dipinto, si intitola L’Indifferente. È un’opera del 1717 di Antoine Watteau in cui è raffigurato un giovane in abiti aristocratici con il volto senza espressione e un atteggiamento – le braccia aperte e le gambe quasi atteggiate in una danza – che lo fa apparire sperduto ma anche assolutamente disinteressato a ciò che gli accade intorno. Il disinteresse del soggetto di Watteau, però, non si capisce se sia dovuto a una sorta di scelta, oppure all’incapacità di comprendere ciò che lo circonda. Si dice che Marcel Proust si sia ispirato a questo dipinto per la sua celebre ed omonima novella. Quello che invece è certo è che questo quadro non può non venire in mente tentando un’analisi del comportamento di due figure piuttosto singolari della nostra contemporaneità, entrambe donne, giovani, a modo loro potenti, tutte e due accomunate nel destino di essere sindache (si badi: sindache, non sindaco) e di essere fedeli appartenenti all’accolita dei pentastellati. Le nostre “Indifferenti” si chiamano Chiara Appendino e Virginia Raggi, rispettivamente sindaca (non sindaco, per carità) di Torino e sindaca di Roma.

Chiara e Virginia, ci sarà permessa un po’ di confidenza, dovuta almeno alla vicinanza generazionale, hanno trasfigurato dalla dimensione estetica a quella politica l’indifferenza che Watteau aveva rappresentato nel suo piccolo dipinto. Un’indifferenza che. Al contrario di quella del quadro, non infonde allo spettatore un sentimento di pace e di invidia, ma di sgomento e di ansia. Perché – e lo scrivo quasi come se si trattasse di una forma terapeutica, di una confessione – Chiara e Virginia mi producono ansia. Si tratta della stessa ansia che si prova quando si è di fronte ad un pericolo che gradualmente si manifesta di dimensione ben più ampie di qualsiasi pessimistica previsione.

Insediatesi contemporaneamente in ragione di una vittoria elettorale fondata su principi e programmi che sono poi stati immediatamente messi da parte, Chiara e Virginia hanno iniziato a fare le sindache (ricordate: non il sindaco, giammai!) costruendosi una sorta di realtà parallela in cui “tutto va bene madama la marchesa” e ciò che, invece, va storto altro non sarebbe che la pesante eredità del passato, di una zavorra di errori che alle nostre due eroine tocca dio caricarsi sulle spalle per condurre le due città verso le magnifiche sorti e progressive di un avvenire a cinque stelle (cinque, le stelle, come quelle degli alberghi che frequenta il loro padrone, Beppe Grillo).

Non vorrei dire molto di Roma, perché francamente sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Tra scandali, processi e immobilismo l’unico nuovo concetto che Virginia e riuscita a formulare, presentandosi davanti alle telecamere, proprio come avrebbe fatto l’Indifferente di Watteau, è che gli errori – e magari anche i reati, ma di questo, come si suol dire, si occuperà la Magistratura – se commessi “in buona fede” non contano. Ecco, questo è un elemento che davvero mette ansia: credo che sia meglio chi sbaglia e fa reati in mala fede, con la volontà di farlo, di chi nemmeno si accorge di averlo fatto perché non sa, perché e capitato lì per caso, perché qualche decina di persone ha cliccato il suo nome durante la messinscena tragicomica che è il voto del “popolo della rete” con cui i pentastellati scelgono la loro classe politica.

Con la sindaca di Torino (oh, mi raccomando per l’ultima volta: non sindaco, sindaca, mettiamocelo in testa) l’ansia sale, sia perché Torino è la città in cui vivo, sia perché ero in Piazza San Carlo, sia perché ogni tanto vado in Piazza Santa Giulia, sia perché leggere una relazione della Corte dei Conti non è così difficile, sia perché sarebbe bene che il sindaco, anzi la sindaca, facesse la sindaca e il capo di gabinetto facesse il capo di gabinetto, sia perché 1526 feriti e un morto non si erano mai visti, sia perché bere una birra in un bicchiere di plastica non fa male a nessuno, sia perché aumentare di brutto il prezzo degli abbonamenti per la sosta non è proprio carino, sie perché della cultura pare che nessuno se ne ricordi più, sia perché poi i centri commerciali li fanno lo stesso, sia perché ogni tanto si dovrebbe avere il coraggio di dire: guardate ho sbagliato, invece di mentire, come per esempio su Piazza San Carlo, dicendo che tutto era stato fatto come nel 2015 (e poi, viene proprio da chiederselo: ma perché rifare tutto come nel passato se del passato non si è fatto altro che dire peste e corna?). Chiudo questa catena con l’ultimo “sia”: sia perché è trascorso solo un anno da quando Chiara (ma questo vale anche per Virginia) si sono insediate e la loro attività è stata così travolgente da indurci a chiedere di concederci una pausa, magari spedendo una bella letterina di dimissioni.

Tutta quest’ansia, però, non è da attribuire soltanto a Chiara e Virginia, sia detto a loro discolpa, perché loro non rappresentano che la punta dell’iceberg del vero problema per la democrazia di questo Paese. Oggi non è più Silvio – siamo in vena di esagerare con i toni confidenziali – il vero pericolo, ma sono i Cinquestelle, il loro leader, il loro burattinaio (Casaleggio), la cecità fideistica di molti loro seguaci. Sì, perché loro sono davvero pericolosi e lo hanno dimostrato affrontando concretamente il governo di due città importanti. Sono pericolosi perché non sanno e, del resto, come potrebbero sapere dato che “la rete” li ha catapultati dalla vita privata a quella pubblica, dal disinteresse per la politica a un tifo da ultras con tanto di cori (ricordate il grido “onestà, onestà” con cui venne salutato l’ingresso di Chiara in municipio?). Il vero problema è che non basta gridare “onestà, onestà” per essere onesti, così come non è sufficiente dire “non è colpa mia” per non essere colpevoli. Si tratta di una piccola differenza fra la dimensione onirica in cui è confinato l’Indifferente di Watteau e quella reale in cui tocca di fare le sindache a Chiara e Virginia.

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