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Pastorale dell’inclusione in una società multiforme

Pastorale dell’inclusione in una società multiforme

di Vittorino Merinas

Francesco ha sempre in serbo qualche sorpresa. Anche nella recente visita a Milano non ne sono mancate. Nella grandiosità dell’evento non sembri di poco gusto cogliere il momento in cui anch’egli non ha potuto sottrarsi ai comuni processi fisiologici, tanto da servirsi di una delle toilette a disposizione della folla. Un banalissimo atto, ma significativo non tanto per la sua unicità, quanto come ulteriore pennellata alla configurazione d’un uomo così genuino, spontaneo, trasparente , così uno di noi, da destare sorpresa nel vederlo indossare quell’abito che de sempre incuteva soggezione e senso d’insormontabile alterità. Un atto del tutto singolare quello di Francesco, che si assomma agli altri del suo breve pontificato nel processo di de-angelicazione della figura papale. Un uomo coi piedi per terra, lontano dalla sedia gestatoria d’un tempo, nudo degli orpelli del potere come il suo omonimo di Assisi, ricchi entrambi di vangelo a servizio dei poveri.

Altra sorpresa l’hanno destata le parole rivolte ai sacerdoti e religiosi nell’intimità del duomo, centrate su tre domande antecedentemente postegli. Quelle usate per rispondere alla domanda sulle sfide poste da una società dalle molteplici sfaccettature, ricordano il tempo in cui il neo eletto Francesco, ancora ignaro degli intrighi curiali e d’essere sotto controllo, esponeva in libertà idee insolite su labbra papali ed assai lontane da stantii testi teologici. “Non dobbiamo temere le sfide,… ma piuttosto temere una fede che si ritiene completa come se tutto fosse stato detto e realizzato… Una fede completa diventa ideologia… Le sfide ci aprono ad una comprensione più ampia del dato rivelato… La chiesa è una in un’esperienza multiforme… Quante volte abbiamo confuso unità con uniformità… o pluralità con pluralismo. [Bisogna] leggere il mondo contemporaneo senza condannarlo e senza santificarlo… Tutto ciò che non assume il dramma umano può essere una teoria molto chiara e distinta, ma non coerente con la Rivelazione e perciò ideologica”

Parole rivolte ai preti milanesi, ma è pensabile che Francesco le destinasse a ben più vasta platea, inclusi coloro che ad ogni suo detto vanno a compulsare polverosi trattati per verificarne la fedeltà alla sempiterna Tradizione, dimentichi dell’avvertimento di Paolo che “la lettera uccide, mentre è lo Spirito che vivifica”. Egli spira dove e come vuole, compagno della vita, mai compiuta né codificabile una volta per tutte. A sfide nuove risposte nuove. La fede deve abbarbicarsi al “dramma umano” ed accompagnarlo, altrimenti è ”ideologia”. Parole che rigonfiano le vele del Vaticano II spingendo nuovamente al largo, dopo anni di bonaccia, la squassata barca di Pietro.

Parole che, però, messe di fronte alla realtà, secondo la mentalità di Francesco, suonano astratte come tutti i principi. Cosa significa “unità non è conformità”? Quali sono i confini oltrepassati i quali la diversità rompe l’unità? Francesco non lo dice né si può trovare una chiara e convincente risposta osservando le sue azioni. Il suo ecumenismo dei fatti, ad esempio, realizza l’unità tra le varie denominazioni cristiane nel loro confluire in un impegno comune a sevizio dell’umanità. Cattolici, ortodossi, luterani, anglicani, per nominare solo le chiese numericamente più consistenti, concordano nel mettere tra parentesi le differenze dottrinali per realizzare le indicazioni del Discorso della montagna. Processo ormai ben avviato, in cui Francesco cerca di fare confluire anche le grandi religioni non cristiane, come dimostrano i suoi incontri sempre più frequenti con i loro leader. Un cammino certamente percorribile per le spinte umanitarie in genere insite in ogni fede, ma che si mostra impraticabile all’interno delle singole chiese, dove i principi dottrinali predominano su tutto e coinvolgono i comportamenti. In casa cattolica lo dimostra la decisione recente di Francesco di riconoscere la validità dei matrimoni celebrati dalla Fraternità San Pio X, scismatica per la sua opposizione al concilio Vaticano II. Già Benedetto XVI ne aveva cancellato la scomunica e Francesco aveva riconosciuto come valide le assoluzioni da loro impartite nel corso dell’anno giubilare. Ormai la Fraternità è di fatto nella chiesa pur non riconoscendo l’autorità d’un concilio decisivo nella recente storia ecclesiastica. Se poi si aggiungono le forti opposizioni ai tentativi innovatori di Francesco. tanto che un cardinale della curia romana può dire che “la postconciliare chiesa cattolica ha abbandonato le sue radici cristiane”, allora è più che necessario chiarire il rapporto tra unità e uniformità per evitare che tutto finisca in confusione e la chiesa del Vaticano II, strattonata tra i due poli opposti, permanga ondeggiante nelle secche medievali.

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