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Pd, partito comunità

Pd, partito comunità

di Monica Canalis e Stefano Lepri*

I congressi locali: assetti o visione?

In vista dei congressi provinciali e di circolo di ottobre, nel PD torinese deve tornare il dibattito sulla “forma partito”. Finora siamo solo nella fase di riscaldamento. Abbiamo registrato prime precocissime auto-candidature per il congresso regionale del prossimo anno, primi abboccamenti tra consiglieri, i soliti argomenti sul ricambio generazionale e sui cinquantenni che hanno perso il treno, ecc.
Se la questione si risolve solo negli assetti e negli accordi tra persone e gruppi, non andremo lontano. Il punto vero è infatti capire come rilanciare nei territori il PD, visto che la società liquida, lo sfaldamento dei corpi intermedi, la crisi delle procedure democratiche, l’avvento dei social media, un mondo globalizzato che genera una domanda di protezione e corre più veloce della politica, la sfiducia nei confronti della classe dirigente, hanno quasi annientato i partiti, salvo il nostro che appare comunque fortemente indebolito.
Il prerequisito è la consapevolezza, definita a livello nazionale, di chi siamo (la nostra identità), del punto da cui arriviamo (le nostre radici) e di quello verso cui andiamo (il progetto). Se essa non c’è, o è confusa, la partecipazione e il senso di comunità ad ogni livello rischiano di venire meno. Ma questo è un altro tema. Qui invece vogliamo portare un nostro primo contributo al nascente dibattito su come motivare e organizzare il partito a livello locale.

Ripartire dal popolo

In un momento in cui spirano forti i venti del populismo, è necessario ripartire dalla parola “popolo”. Oggi invece il nostro partito, che è il più autorevole erede dei partiti di massa del ‘900, rischia di essere talvolta una forza elitaria. Noi vogliamo un partito che sia vicino alla gente, non ne ignori le fatiche, non ne sottovaluti le paure e non ne disprezzi i bisogni.
Invece oggi si rischia una dimensione oligarchica dei gruppi dirigenti, una pervasività dei partiti nei vari mondi sociali ed economici (banche, sindacati, partecipate, pubblica amministrazione, ecc.), un’autoreferenzialità rispetto ai bisogni dei cittadini, una manipolazione della base, magari ridotta alla mera funzione di comitato elettorale permanente. Senza contare le modalità del tesseramento, fatte talvolta più per contare negli organi partitici che per far partecipare alla vita democratica.
Dobbiamo quindi rendere nuovamente attraente il nostro partito a livello locale, risvegliando la passione civile di chi vi si impegna. Ma come?

(LEGGI DOCUMENTO INTEGRALE)

Uno stile di leadership lungimirante

Per realizzare queste cose sono necessari anzitutto dirigenti preparati, intellettualmente vivaci e umanamente aggreganti. Persone che adottano la modernità di internet insieme alle antiche regole della buona organizzazione, che sanno fare squadra e spegnere i conflitti inutili, che curano la comunicazione in modo professionale senza fare della visibilità un fine intrinseco. Persone in grado di mobilitare sui temi, di coordinare l’elaborazione intorno alle idee, di coltivare una comunità di valori, di riagganciare il mondo dei tecnici, degli esperti e degli intellettuali troppo spesso estromessi dai partiti, di costruire un collettore di energie, una sorta di agenzia di volontariato civile che incroci le competenze e i bisogni del territorio.
Più in generale, nel circolo e negli organi di partito, così come in ogni organizzazione, valgono alcune abilità e modi d’essere largamente conosciuti per avere successo nel lungo periodo e valorizzare le persone: ti faccio entrare; ti faccio parlare; ti ascolto; ti assegno ruoli precisi; chiedo conto dei tuoi risultati, ti valorizzo se meriti, non se brilli per servilismo o tatticismo. E, infine, ti faccio posto, dando fiducia ai migliori.

Alcune proposte per un partito comunità

Stare vicini alla gente vuole dire vivere la vita di partito fuori più che dentro le nostre sedi. Significa essere un partito “in uscita”, che va fisicamente a toccare i problemi e non si limita a discuterne in confortevoli location. Andare noi dalla gente e non viceversa. Offrire, prima di chiedere. Creare luoghi di discussione e di incontro, ma anche servizi concreti. Dare assistenza ai cittadini. Mettere a disposizione le nostre sedi come aule di studio per gli studenti, luoghi in cui ospitare attività culturali, scambi di libri, scuola di italiano per stranieri, corsi di cucina o di informatica, pc con internet ad uso gratuito. Aprire punti di ascolto per le problematiche sociali del territorio. Supportare gli anziani nelle incombenze burocratiche.
Inventiamo modalità di partecipazione al passo con i tempi e non limitate al tesseramento: accettando o riscoprendo presenze sui territori meno ingessate (sul modello dei vecchi Comitati spontanei di quartiere, o dei più moderni, ma alla fine simili, meet up); ripescando qualche idea dal nostro passato o dalle esperienze di altri paesi; mutuando le buone pratiche dell’associazionismo, specie per la raccolta fondi; confrontandoci con gli altri corpi sociali, nella distinzione dei ruoli; dando incentivi a chi offre gratuitamente tempo e competenze.
I nostri iscritti ed elettori dovrebbero frequentare il PD perché ne ricevono gratificazione e senso. La gratificazione di sentirsi utili e di ricevere un riconoscimento per il lavoro svolto o per le idee condivise; il senso di sentirsi parte di un gruppo guidato da alcuni chiari valori fondanti, che rappresentano la base di un’identità comune e dell’appartenenza ad una comunità.
I circoli dovrebbero poi essere sistematicamente assistiti: per sviluppare forme autonome di fund raising, per l’ottenimento permessi per iniziative pubbliche, produzione di manifesti e volantini, creazione siti web, ecc.
Serve inoltre la creazione di una rete tra i Circoli e il sostegno alla loro informatizzazione, per condividere progetti di ricerca, campagne di comunicazione, buone prassi, informazioni, gruppi di lavoro, scambi di competenze. Questa rete dovrebbe essere ospitata da una Piattaforma digitale, su base provinciale o regionale, in cui troverebbe spazio un sistema di knowledge management, per ospitare discussioni on line, condivisione di fonti di informazione e conoscenza, proposta di idee ed esperienze, ecc.
Può inoltre essere utile un’organizzazione delle competenze, attraverso la creazione di una Banca delle competenze da collocare nella stessa Piattaforma digitale.
Si consideri poi la possibilità di intensificazione dei rapporti con i non iscritti, ma comunque elettori, specie in quanto partecipanti alle primarie. Il Circolo è il luogo più adatto per sviluppare rapporti con i non iscritti al partito. Si può anche favorire una loro partecipazione occasionale, con il coinvolgimento on line rispetto a sondaggi, primarie tematiche, referendum su temi locali, ecc.
Ultimo, ma certo non meno importante, la formazione. La funzione di un partito è anche pedagogica: far crescere i cittadini, educandoli alla cultura politica. Formazione sulle competenze trasversali dei coordinatori di Circolo; sulle conoscenze; e formazione riservata ai dirigenti.
Da queste indicazioni si possono trarre le vocazioni e i necessari assetti organizzativi della Segreteria e della Direzione provinciale, ovviamente al di là dei molti compiti che prescindono dall’azione dei Circoli.

Conclusioni

Queste poche note non esauriscono certo l’elenco delle possibili azioni, ma crediamo diano un primo senso di come il PD possa organizzarsi in modo nuovo, con metodo ma soprattutto con uno spirito di comunità. Servono molti ingredienti per il successo, a partire dalla chiara visione, definita a livello nazionale, della nostra identità, delle nostre radici e del progetto. Ma serve, allo stesso modo e nei diversi territori, la capacità di entrare in sintonia con il popolo. Perché non c’è democrazia senza popolo.

*Monica Canalis, Consigliera del Comune di Torino e della Città Metropolitana
Stefano Lepri, Senatore della Repubblica Italiana

stefano monica

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