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Solo la croce dà salva e da senso alla vita?

Solo la croce dà salva e da senso alla vita?

di Vittorino Merinas

Ancora una volta il Paese ha dovuto accompagnare un suo figlio nella drammatica lotta con una sofferenza ormai oltre i limiti della sopportazione, precipitato nel baratro d’un’impotenza fisica che consegna la mente alla straziante angoscia d’una prigionia senza speranze. L’unità di corporeità e spirito costitutiva dell’uomo spezzata in una dualità ostile che fa dell’una l’ergastolo dell’altro. Il nonsenso dell’umana esistenza che rende amica anche la morte.
Morte liberatrice che, seppur temuta, da sempre veniva in soccorso all’insostenibilità d’un male estremo, e che ora le vittorie della scienza medica possono sì allontanare, ma abbandonando il malato ad un permanente calvario. La medicina, nata e sviluppatasi come amica dell’uomo, ora può essergli nemica. Qui si innesta il problema della “buona morte”, invocata, ma contrastata dalla scienza supportata dalle problematiche morali che tale richiesta solleva. Deve vincere la vita fino all’estremo suo alito o l’implorazione d’una morte che le ponga fine e con essa alle tribolazioni che l’accompagnerebbero fino al suo termine naturale?
All’annoso problema del “fine vita” il Parlamento ha fin qui risposto col silenzio. Ora l’istanza minimale d’una legge sul testamento biologico, più volte rinviata, è infine entrata in aula. Venti parlamentari a dibatterla e nessun accordo certo tra partiti. Presagi brutti!. Eppure i casi di Eluana e di Welby avevano aperto l’opinione pubblica ad una soluzione positiva, come il rispetto della libertà personale in un Paese democratico imporrebbe. Nessuno ha il diritto di mettere le mani sull’altrui vita, bene supremo e inalienabile, tanto meno nel momento della decisione estrema
Se il Parlamento, ormai fiera di saltimbanchi che piroettano da un partito all’altro pur di salvare lo scranno, è incapace di risolvere ben più gravi problemi, su questo è anche pavido per lo spettro che su di esso costantemente incombe: l’episcopato cattolico che della laicità dello Stato continua a farsi burletta. Non c’è questione con risvolti morali su cui non intervenga, non solo, com’è suo diritto, per ricordare i suoi principi, ma per imporli ad uno Stato laico e multiculturale, chiedendo ai legislatori, credenti o comunque a lei succubi, di trasformarsi in apostoli.
Alla radice della dura ostilità della chiesa all’eutanasia e finanche ad una troppo liberale Dichiarazione Anticipata di Trattamento, sta il suo essersi costituita custode assoluta della vita, ritenuta dono, santo ed intangibile, di Dio, da difendere fino alla sua naturale consunzione. Il suo non risolto rapporto col Medioevo dove tanta sua dottrina ha preso forma, impedisce alla chiesa di incidere col suo insegnamento in un mondo che da essa è ormai lontano anni luce. Non per nulla nel suo seno si fa sempre più fitta la schiera di coloro che invocano un processo di “aggiornamento”, invano tentato da papa Giovanni e che oggi ancora resiste ai tentativi di papa Francesco di rimetterlo in moto. La libertà di coscienza che dopo secoli di dura opposizione la chiesa ha dovuto riconoscere, è di fatto imbrigliata da principi morali in cui l’oggettività della legge sovrasta la libertà delle persone. Così per essa qualsiasi modo e ragione di por fine ai propri giorni è inaccettabile suicidio od omicidio e la sofferenza non è scoria dell’umana esistenza, ma valore che entra nel circolo virtuoso della sofferenza redentrice di Cristo. La croce, che per l’agnostico è disumano supplizio, per il credente è sacrificio gradito al Padre celeste che grazie ad essa riapre all’uomo peccatore le porte del suo regno.
Tutto chiaro e indiscutibile? Sì per una chiesa che si è lasciata trasportare dalla storia, senza, avvertire che il suo fagotto dottrinale irrancidiva. Oggi, però, quella teologia della sofferenza e del sangue redentore è messa in dubbio. Dio che si dice “Padre” e si riconcilia col peccatore solo se vede scorrere il sangue del Figlio e dell’umanità, è almeno incomprensibile all’uomo contemporaneo che la chiesa s’illude di conoscere e comprendere. Nessun padre di questo mondo, dove la malvagità non è certo un’eccezione, prenderebbe a modello una simile paternità, come pure è arduo, per chi ama riflettere su quanto gli viene proposto, far propria una fede che privilegia il dolore sulla serenità del vivere. Per quanto se ne sa, Gesù non ha annunciato una dottrina di tal genere. La parola che sintetizza il suo messaggio, evangelo, ossia“buona notizia”, in greco ha lo stesso prefisso, “eu”, che caratterizza anche la “buona morte”: eutanasia. Perché non farci su un pensierino, magari partendo da una paternità di Dio più convincente?

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