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Alice secondo Tim Burton

di Elena Romanello

Il personaggio di Alice nel Paese delle meraviglie, icona vittoriana poi ripreso da Walt Disney e riscoperto dagli hippy e dai gothic, rivive in un nuovo adattamento ad opera di Tim Burton, uno dei registi più dark, visionari ed amanti delle fiabe proprio nel loro aspetto meno politically correct.

Il regista sceglie di ispirarsi liberamente ai due libri di Lewis Carroll su Alice, Nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio, creando praticamente un seguito, in cui una Alice cresciuta, che dovrebbe pensare al matrimonio come ogni brava fanciulla ottocentesca, ripiomba nel paese che aveva visitato da bambina, ricombattendo contro la regina di cuori e reincontrando gli amici di sempre, il Bianconiglio, il Cappellaio Matto, lo Stregatto, il Brucaliffo e la Regina bianca.

Scenografia e costumi sono impeccabili, perfetti per una fiaba gotica e dark, ma la trama si trascina un po', con licenze poetiche non sempre così efficaci, compresa la protagonista che, come Xena la principessa guerriera, indossa un'armatura per combattere contro il drago di turno. Forse Burton sta facendo le prove generali per il suo prossimo film, sempre una fiaba, Malificent, la storia della Bella addormentata dal punto di vista di Malefica. Gli effetti visivi costruiscono un Paese delle meraviglie incantato ma godibilissimo anche senza affatticarsi la vista con il 3D, e tra un Cappellaio matto troppo gigione che valorizza poco il talento di Johnny Depp e un'Alice (l'esordiente Mia Wasikowska) e una Regina bianca (Anne Hathaway) troppo leziose vince a man bassa la Regina di cuori, una perfetta Helena Bonham Carter, icona gotica e simbolo femminile negativo in una storia in cui la sceneggiatrice Linda Woolverton dissemina girls power e affermazione di sé per la protagonista, oltre gli schemi della società vittoriana.

Una fiaba non priva di fascino, ma da Tim Burton ci si poteva anche aspettare di più, soprattutto nei contenuti.

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